Sulla soglia degli Opendoors

La maggior parte delle persone conosce il teatro in quanto spettacolo e come luogo: ci si va una sera, ci si resta per qualche ora soli o in compagnia, ammirando i talenti degli attori, incontrando mondi nuovi e diversi, pensando, riflettendo e magari confrontandosi con gli altri.
Ma c’è tutta una critica e una storia del teatro che nel secondo Novecento ha voluto il pensare il teatro in senso ampio e lato, dando invece spazio, attenzione e corpo a tutte quelle parti del lavoro performativo che sono tradizionalmente invisibili, appena immaginate, che rimangono per gli addetti ai lavori. Training, esercizi e allenamenti, processi di creazione, laboratori e seminari, percorsi di ricerca ma anche i periodi di prova hanno aperto gli spazi nascosti del teatro allo spettatore. E quegli studiosi e critici hanno voluto così proporre l’ipotesi – negli anni Sessanta e Settanta nuova e radicale – di un teatro che si pensa e si propone “more than theatre”.

Dopo diversi anni di College, forse, a Venezia tendiamo a dare un po’ per scontata – seppure sapendola sempre preziosa – la presenza quotidiana di maestri internazionali al lavoro con decine e decine di allievi, l’apertura dei loro atelier negli Opendoors e nei talk, nelle interviste, nei materiali di documentazione fra video e foto.
Non è sempre stato così: c’è stato un tempo in cui, per critici e spettatori, il teatro non riusciva a essere – se non in rari e particolari casi – più della fruizione dello spettacolo. Oggi, dopo le conquiste della cultura teatrale degli ultimi decenni e la possibilità di fare esperienza concreta offerta da proposte come quella di Biennale Teatro, le cose sono cambiate.

Gli Opendoors che popolano il festival sono occasioni importanti: le splendide sale dell’Arsenale dove i maestri hanno lavorato in workshop e residenze vengono aperte al pubblico, che si può affacciare per qualche tempo direttamente sui processi di lavoro. Non a caso i primi esiti visti in questi giorni – dai laboratori di Roger Bernat e di Pascal Rambert, e dalla residenza di Toni Servillo il 31 luglio – funzionavano proprio come delle soglie: tra la vita normale del teatro e quella dello spettatore, riflettendo ciascuno a proprio modo su questa condizione d’incontro fra le due “comunità”.
Questi primi Opendoors hanno mostrato nell’insieme una misura giusta del momento di apertura del processo, fra creazione e fruizione: una quarantina di minuti in cui gli artisti hanno “continuato” a lavorare come nelle sessioni precedenti e dove hanno condiviso esplicitamente con il pubblico il punto del percorso a cui sono arrivati in questi giorni. Se il workshop di Bernat ha organizzato una performance fisica sulle dinamiche partecipative, gli allievi di Rambert hanno riportato una vera e propria sessione di lavoro fra creazione testuale, improvvisazione e interazione fra i performer, mentre Servillo e i suoi attori sono andati per la prima volta “in piedi” dopo un lungo lavoro a tavolino. Improvvisazione, drammaturgia dell’attore e del testo, “tavolino”, copione e “andare in piedi”; sono tutte parole-chiave del teatro, che spesso però non sono così conosciute dagli spettatori, da chi fruisce il prodotto della scena. Ed è appunto in occasioni come queste che c’è la possibilità di incontrarle. È un’occasione rara e preziosa; ma c’è anche una buona dose di rischio, nella fragilità di aprire un lavoro ancora in progress e nello sguardo indiscreto del visitatore occasionale che potrebbe interferire; ma – e questo è il bello – è un rischio importante che spettatori e artisti si assumono insieme.

Per Fabrizio Cruciani, storico del teatro, l’idea era che la partecipazione dello spettatore al processo di lavoro, il suo coinvolgimento come osservatore, profilava l’idea «del teatro come società in espansione progettuale», anche se piccola. Così, per i teatri che si aprono allo spettatore, i limiti oltrepassati fra creazione e fruizione, ogni soglia fra sala e platea che viene attraversata «il pubblico diventa in prima istanza un gruppo (…) di collaboratori e di compagni».

E poi, l’idea di un “theatre more than theatre” non si ferma solo allo svelamento del processo, alla visione delle prove, alla partecipazione negli Opendoors: in questi giorni Venezia, la zona di Via Garibaldi, l’Arsenale vengono popolati da artisti giovani, maestri, attori, registi, drammaturghi, critici, che attraversano la città, vivono i suoi spazi, incontrano i suoi abitanti non soltanto nel momento dell’esito scenico. Così il fare teatro – seppure in questi pochi giorni d’agosto, seppure in una geografia limitata, seppure fra poche persone – incide sulle abitudini, i modi e i luoghi dello spazio in cui agisce, riconquistandosi la condizione di processo vivo e visibile all’interno della città e agli occhi dei cittadini. Un teatro – appunto – molto oltre il teatro inteso in senso convenzionale, che dimostra quanto delle arti performative diventa relazione con l’altro nel senso più esteso e autentico del termine, arrivando a toccare direttamente la vita e le persone che incontra.

di Roberta Ferraresi

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