A proposito di Cechov. Verso “Il gabbiano di Koršunovas”

Ancora lui: Anton Pavlov è il protagonista indiscusso del teatro italiano. Sboccia ovunque: in forme compiute o in tagliuzzamenti, in citazioni o in filiazioni. Allestimenti ricchi e altri minimali, grandi palcoscenici e cantine: di fatto, Cechov sembra stia soppiantando Shakespeare nel cuore degli attori italiani.
Forse perché più di chiunque altro ha saputo raccontare l’umanità ai tempi della crisi. Quel suo passare il secolo, tra ottocento e novecento, andando incontro al massacro della prima guerra mondiale, tra euforie e nostalgie, pare proprio adatto ai nostri tempi scossi. E Anton, con quel suo occhio affettuoso sulle dinamiche personali e individuali, si sta mutando nel cantore delle nostre crisi. Certo, è un “nome” che attira pubblico: dunque si capisce perché venga programmato così spesso. Ma non è solo questione di botteghino se le sue opere risuonano, oggi più che mai, facili e felici, difficili e profonde, attuali e eterne.

C’è un libro, scritto da Ivan Bunin, che racconta Anton Cechov con garbo e con sorniona ironia: A proposito di Cechov – che Bunin, premio Nobel 1933, scrisse dopo aver frequentato l’autore de Il giardino dei ciliegi, più o meno spesso, dal 1895 al 1904.
Nel rispetto dell’allievo nei confronti di un maestro – che tale non voleva essere – Bunin riporta il pensiero dello scrittore, racconta della malattia, degli incontri con Tolstoj, delle vacanze, dei viaggi e delle serate a teatro. Come quella sera del Gabbiano, con un gioco misterioso per i più, ma non per loro due: quel “se hai bisogno della mia vita, vieni e prendila” che ha commosso tanti di noi, Anton Cechov l’aveva scritto per Lidija Alekseevna Avilova.
Cechov la conobbe nel 1889 e fu un amore, un amore commovente, a lungo contrastato e appassionato. Un amore frastagliato, forse platonico, certo difficile eppure bellissimo. Incontri saltuari, lettere, sogni, parole non dette, giochi innocenti per un corteggiamento reciproco, struggente, romantico e ingenuo ma così pieno di slanci, di vita, da lasciare senza fiato.
Una relazione epistolare – chissà: oggi si scambierebbero mail? – in una corrispondenza che fa pensare a un altro carteggio, quello con la moglie Olga Knipper (e a uno spettacolo memorabile: quel Ta main dans la mienne, che Peter Brook mise in scena con Michel Piccoli e Natasha Perry).
Forse le due donne, Avilova e Knipper, si sono “incrociate” nella vita di Cechov: anche se non fisicamente, può darsi che mentre sposava (e amava) Olga, Anton Cechov pensasse ancora a Lidija. Nel cuore di un poeta attaccato alla vita come lui non poteva non esserci spazio per l’amore.

Per assistere al Gabbiano, stasera in scena con la regia di Oskaras Koršunovas non basterà, però, pensare – ricordare – l’amore. Serve semmai tornare con la memoria alle “nuove forme” care a Kostia, a quel gioco di teatro nel teatro che è insito nell’opera di Cechov. Koršunovas insiste sulla meta-teatralità, sul gioco dell’attore con se stesso, sulla splendida evidenza della rappresentazione che si fa, e si condivide, nel mistero dello spazio scenico. Come reinventare il teatro attraverso il teatro?
Ecco l’eterna, irriducibile domanda della ricerca, che ha attraversato il novecento e continua ad esplodere, spettacolo dopo spettacolo, ancora oggi. La vita e la scena si intrecciano, si mescolano, si confondono. Il teatro nuovo di Kostia è un disastro, l’Arkadina vive il suo viale del tramonto, Nina è destinata al fallimento. Tradizione e avanguardia, insomma, sembrano legate dal comune destino della fatica, della miseria, della povertà. L’illusione di un momento, lo svelamento di una vita: rimangono solo tracce, frammenti, ricordi dietro il sipario stracciato sul lago.
Come per le passioni di Anton: restano quelle lettere per Olga e Lidija, quelle sue donne amate, lontane e vicinissime. Lettere dolci e appassionate, ironiche e romantiche, di un uomo che ha saputo attraversare la vita sorridendo.

di Andrea Porcheddu

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