Il teatro al lavoro: una passione | Visioni dagli Opendoors

Dentro la passione di Pascal Rambert
Come un talento naturale, la capacità di ordinare in un una forma morbida e sensuale le parole affinché diventino carne emerge dentro e fuori il palcoscenico per Pascal Rambert. Sensuale è il linguaggio, verbale, ma anche fisico. Sembra impossibile chiuderlo in un recinto di parole: è teatro o danza? Canto o parola?
Nel laboratorio di Rambert, ciascun allievo è corpo sonoro e vibrante esposto in tutto il suo vigore fisico ed espressivo. L’universo poetico e astratto al quale i partecipanti danno vita durante la dimostrazione aperta al pubblico somiglia a un’onda che chiede spazio per propagarsi. Gli spettatori sembrano entrati a spiarne il meccanismo e la portata, fino a quando una voce, con discrezione, li invita a muoversi, cioè a mutare prospettiva: perché i performer si spostano da un punto all’altro della sala, poi si soffermano in un angolo, cantano, poi ritornano al centro della sala. Così come le parole pronunciate, questi corpi sono un flusso in cerca di una dimensione comune. Gli allievi attori di Rambert parlano ciascuno la propria lingua: sono molteplici e evocano suggestioni sonore e geografiche private e collettive. Le azioni fisiche sembrano atti di un rito destinato a ripetersi ancora e ancora, lontano da occhi indiscreti.

Dentro la passione di Roger Bernat
Sui quattro lati della sala siedono o stanno in piedi attori e spettatori insieme, indistinguibili gli uni dagli altri. Ciascun performer cerca, lentamente, la sua “vittima” da invitare, da sfidare in un gioco sempre diverso, al quale lo spettatore può decidere di sottrarsi o porre un limite attraverso una parola d’ordine: «Basta». Di gioco si parlava, durante il talk su Please, continue (Hamlet) andato in scena la sera prima, in compagnia di Roger Bernat e Yan Duyvendak, quando affermavano: «Fuori dal teatro, le persone parlano del contenuto (e poco della forma) dello spettacolo perché hanno cominciato a credere nel gioco». “Gioco” è chiedere a una spettatrice di parlare al telefono con una persona estranea situata da un’altra parte dell’Europa; è indurre il pubblico a creare un cuscino su cui l’attore, dall’alto, possa gettarsi senza timore; è correre assieme, fare un girotondo, sdraiarsi a terra uno sull’altro. “Gioco” è l’accadimento: il senso consiste nella costruzione di un momento condiviso, restando in bilico tra le possibilità, non importa il fallimento o l’efficacia dell’operazione, ma la consapevolezza di poter fare.

Dentro la passione di Toni Servillo
«Capire cos’è sentire, vuol dire “provare” e quando l’avrai capito avrai il senso del tutto». Alla fine della prova aperta, nel Teatro Piccolo Arsenale, non è chiaro se a parlare sia Toni Servillo alla sua attrice oppure Jouvet alla sua interprete di Elvira, in Elvire Jouvet 40 di Brigitte Jacques. Il testo è composto da appunti delle lezioni sul Don Giovanni di Molière che Jouvet tenne al Conservatoire, in particolare qui una lezione in cui il maestro prova la scena del quarto atto che vede Donna Elvira tentare di riportare sulla retta via l’amante.
A tenere la scena, per i primi minuti, è lui, il Maestro Servillo: entra e siede al centro del proscenio, un atto di familiarità, di intimità quasi, come un gesto di devozione verso il suo pubblico, con cui sembra cercare una connessione empatica. Servillo “diventa” Jouvet; le parole del francese servono a scavare nelle dinamiche della creazione teatrale, del personaggio, del sentimento e del ruolo dell’attore. Poi il regista si alza, percorre il corridoio che attraversa la platea, aumentando di intensità il suo processo di intesa con le parole di Jouvet: il teatro, spiega, è «una ricerca sul dogma, perché dietro il teatro c’è qualcosa di grande. È un desiderio che mi fa vedere qualcosa di spirituale, come una rinascita dopo la morte». Tocca poi agli allievi attori, nel ruolo di Don Giovanni, Leporello e Donna Elvira, donare un’anima al palcoscenico vuoto. Il testo della famosa scena del Don Giovanni, viene recitato naturalmente ancora con i copioni alla mano: come se Servillo volesse restituire, della settimana di discussioni a tavolino funzionali a «entrare nel testo», una dimostrazione vera nella sua essenza scenica: «Non il lavoro del teatro, ma il teatro al lavoro».

Dentro la passione di Baro d’Evel Cirk
Baro D’Evel Cirk ha offerto al pubblico molto più di una “prova aperta”. L’ingresso in una tenda da circo, in un luogo periferico e isolato, lontano neanche troppo dalle bellezze architettoniche della Serenissima, è la soglia da valicare per addentrarsi in una visione onirica che trasfigura il presente. Gli allievi, attori danzatori e circensi, di Baro D’Evel Cirk sono truccati e abbigliati. Braccia e gambe sono fantasiosamente prolungate da rami, qualcuno ha delle corone di sterpaglia ingombranti, altri sembrano avere una coda, altri ancora hanno ramoscelli e foglie secche solo sul sesso. Alcuni hanno il volto mascherato da uno strato sottile di biacca che si fa cemento: sembrano sculture, statue in movimento. Una sola performer ha il corpo completamente nudo, ma il viso si nasconde sotto la sua chioma di riccioli. Limitati nei movimenti da simili costumi, fanno gesti contenuti: sfilano, camminano, si mostrano in blocco allo spettatore quasi timidamente. Finché non iniziano a correre, in una coreografia delicata e coinvolgente, fatta di apparizioni, invasioni del centro della scena, di corse, di giri. Sono innescate delle relazioni, molto semplici, ma la qualità della presenza è elevatissima: «Perché corri?», chiede un attore all’altro, «Io correvo perché tu correvi!» è la risposta che scatena una gag clownesca. Paura, bisogno dell’altro, ricerca estenuante: sono questi i temi che colpiscono, che afferrano i sensi dello spettatore. Anche così, in questa forma – breve e densa – della dimostrazione al pubblico, il circo-teatro di Baro D’Evel Cirk produce una vera catarsi.

di Renata Savo

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