Terzo paesaggio con Baro D’Evel Cirk

Comignoli di navi all’orizzonte, una pianura d’erba secca e asfalto, vecchie archeologie industriali abbandonate, nuove costruzioni già riconvertite. È lo skyline straniante, vuoto e vibrante di luce di Porto Marghera, nei pressi del Vega, dove ha trovato temporaneamente “casa” la compagnia Baro D’Evel Cirk. Anche questa è Venezia: non solo lo splendore dei mosaici di San Marco, gli stucchi dei palazzi che riverberano riflessi nel canali, la scie tremanti delle gondole, il tutto attraversato, riplasmato e – ovviamente – catturato in foto di continuo dal flusso inesausto del turismo di massa.

La presenza di Baro D’Evel Cirk alla Biennale Teatro 2016 è anche l’occasione per uscire dalla città più nota o, meglio, dall’immagine che Venezia vuole dare di se stessa: una volta attraversato il lungo Ponte della Libertà che congiunge l’isola alla “terraferma”, si dischiudono allo spettatore luoghi particolari, certo meno pittoreschi, diversamente suggestivi, un po’ tristi, ma radicalmente veri per conoscere l’identità della città nel suo complesso. Qui, dove è palpabile la gloria dell’industria che fu e il peso delle macerie del sogno del progresso italiano – ma anche alcuni suoi azzardati attuali rigurgiti –, è possibile anche toccare con mano la forza della natura, che piano piano ha riconquistato spazio. L’erba cresce libera fra le rotaie, i rampicanti avviluppano i muri, coraggiosi alberelli crescono fino a nascondere – o almeno confondere – il profilo delle fabbriche che non si usano più.

foto di Andrea Avezzù
foto di Andrea Avezzù

Gilles Clemént, botanico e paesaggista, scrittore e ingegnere, per questo tipo di luoghi ha inventato il termine – oggi fortunato e un po’ abusato – di “terzo paesaggio”: dove la terzietà è data dalle particolari caratteristiche che non permettono di inquadrare quei luoghi né in un vero e proprio paesaggio naturale, né però in quello umano, antropizzato; uno spazio altro, spesso ai margini, “residuale” e “indeciso” fra natura e cultura dove sono però possibili la biodiversità e l’eterogeneità, l’indipendenza e la dinamicità magari altrove ostacolate.

E di “terzo paesaggio”, forse, si può parlare anche per quell’arte antica e nuovissima che è il circo, anzi per le arti circensi – al plurale, perché sulle piste o negli chapiteau è difficile trovare un’espressione artistica unitaria e univoca, ma ci si trova di fronte piuttosto al confluire insieme di diversi linguaggi, codici, stili e modi performativi.
Nell’Opendoors di Baro D’Evel, dimostrazione suggestiva e affascinante del laboratorio condotto dalla compagnia per Biennale College Teatro, questo tipo di contaminazioni è particolarmente evidente: c’è il teatro fisico, la danza, naturalmente la clownerie, quasi il mimo; c’è la parola, che è detta, recitata, ma anche cantata, scarnificata, rimpastata in giochi verbali e ricerche vocali; quindi troviamo il suono, fra musica, vocalità e rumori, anche prodotti dagli stessi corpi in scena, dai passi e dai fruscii; e poi c’è anche la visione, supportata dal contrappunto di luci e ombre, ma anche da una forma di trucco che è pittura sui corpi e da abiti di scena costruiti con frammenti proprio di quel “terzo paesaggio” che vive lì intorno, dalla plasticità delle azioni e dei tableaux vivants esposti dai performer. Arte visiva, suono, testo, movimento, arte e natura. Biodiversità, appunto, che ha a che fare da un lato con la coesistenza delle alterità e dall’altro anche con la creazione – a partire proprio da questa “coabitazione” – di approcci inediti e originali. Biodiversità che è legata fra l’altro anche alla grande varietà di pubblico – spettatori, artisti, operatori, critici – che ha raggiunto Porto Marghera nelle serate di replica – tutte esaurite – del magnifico spettacolo Bestias e per l’Opendoors, dunque una diversità connessa alla capacità di quest’arte di incuriosire e coinvolgere tanti spettatori diversi.

foto di Andrea Avezzù
foto di Andrea Avezzù

Nonostante questo o anche che – come sottolinea Filippo Ferraresi – «le arti circensi non smettano di generare flussi creativi sempre più impressionanti, ma soprattutto sempre più strettamente legati alla realtà che ci circonda», il circo nuovo o contemporaneo in Italia a volte non è considerato fra le arti maggiori, di grande interesse e di avanguardia, né diffusamente fra i pilastri della tradizione ma nemmeno nelle punte della ricerca. A differenza di quello che accade da decenni in altri Paesi – almeno Francia, Belgio, Spagna –, in Italia le arti circensi contemporanee rischiano di rimanere poco riconosciute o considerate, perché vittime di pregiudizi o luoghi comuni legati ancora a visioni tradizionali o al contrario – come ricorda Antonio Audino in un’intervista – per quella loro capacità di essere «una grande occasione di allargamento del pubblico» che, se troppo cede alla dimensione dell’intrattenimento, si allontana in realtà secondo il critico dall’idea che fu propria del noveau cirque.

Eppure il circo è stato di grande ispirazione per gli artisti del Novecento: riferimento frequente e indiscusso nelle Avanguardie Storiche e poi oggetto di una poderosa riscoperta a metà del secolo; e tante volte anche oggi quest’arte dischiude innovativi territori di sperimentazione, guardando al futuro transmediale, facendo i conti coi temi caldi dell’attualità e rielaborando la loro antica tradizione scenica. Le performance, nelle punte più alte del contemporaneo, si fanno luoghi di incontro fra le diverse arti, alveo di inedite invenzioni sceniche, ipotesi di modalità differenti di relazione con gli spettatori: paesaggi altri dove la biodiversità estetica trova spazio e nuova linfa e ulteriori orizzonti. Aprire gli occhi sul nuovo circo anche in Italia, insieme alle – non a fianco delle – altre arti dal vivo, provare a incontrarlo e conoscerlo nelle sue sperimentazioni più interessanti potrebbe essere importante; anche per il teatro stesso, per guardarlo in modo diverso. Un po’ come vivere spazi stranianti come quelli di Porto Marghera diventa fondamentale per osservare meglio, più a fondo, Venezia stessa. E anche perché fra l’altro – come diceva Clément – «per le questioni poste dalla diversità, per la necessità di conservarla – o di favorirne la dinamica – il Terzo paesaggio acquista una dimensione politica». Una dimensione legata al confronto con la diversità di cui oggi come non mai fuori e dentro i teatri abbiamo un radicale bisogno.

di Roberta Ferraresi

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