Le Olimpiadi di Venezia

Il 5 agosto si aprono le Olimpiadi di Rio de Janeiro.
Giorno di festeggiamenti, certo, che non possono però far dimenticare le mille contraddizioni.
Sarà interessante parlarne con la regista brasiliana Christiane Jatahy e sapere che ne pensa di questo evento.
Ma intanto mi piace pensare che anche a Venezia, con la Biennale College, si stiano “giocando” delle Olimpiadi: meno eclatanti, forse, ma certo altrettanto emozionanti.
Ed è un’olimpiade speciale, grazie agli “atleti del cuore” di artaudiana memoria, quegli attori e quelle attrici che come ogni estate animano, danno vita, calore, anima, sudore e sangue ai laboratori veneziani.


Ne scrivo sempre, in ogni edizione, cercando di restituire loro in minima parte tutto l’entusiasmo che donano.
Come ha ricordato il presidente Paolo Baratta – aprendo la Biennale Teatro 2016 – l’idea del college è cresciuta, si è qualificata, ed è diventata contagiosa.
Alla Biennale sono arrivate 1780 domande, da tutto il mondo: l’Italia, naturalmente, ha la squadra più numerosa, ma ci sono giovani artisti (non solo attori e attrici, ma anche registi, drammaturghi…) che arrivano dalla Francia, Spagna e Catalogna, Grecia, Brasile, Belgio, Marocco, Polonia, Israele, Romania, Taiwan, Svizzera, Stati Uniti, Gran Bretagna, Croazia, Bulgaria, Olanda, Germania, Filippine, Cina, Singapore, Cile, Macedonia…
Non è una bellissima olimpiade del teatro?
Tutti qua, assieme.

 

foto Andrea Avezzù
foto Andrea Avezzù

Sarebbe da nominarli tutti e ciascuno, gli oltre trecento selezionati dei 17 laboratori: Maria, Ludivine, Alessandro, Riccardo, Andrea, Eleni, Noam, Amélie, Silvia, John, Theresa, Pauline, Daniela, Beatrice, Massimiliano, Giorgio, Filippo, Matteo, Viola, Magdalena, Aina, Julio, Carolina Afrìca, Sarah, Monika, Lara, Giulia, Ping-Hsiang, Katia, Pietro, Michele, Fabio, Paola, Martina…
Ma è davvero impresa impossibile citarli. Eppure da ognuno arriva un contributo di adesione, aderenza, entusiasmo in quella impresa collettiva che è ormai la Biennale Teatro, che vive in queste individualità quanto nei Maestri e negli spettacoli.

Ed è bello sentire parlare una lingua franca, un portolano fatto di molte lingue che si mescolano, con l’inglese a far da guida ma interpolato da accenti, espressioni, cadenze di ogni dove. Anzi, stiamo provando a raccogliere qualche espressione ormai tipica, composta da catalano, italiano, francese, inglese…
Al confronto semantico, inoltre, corrisponde anche una sistematica verifica di tecniche apprese chissà dove nel mondo, alla ricerca di un sentire comune, di una condivisione, di quella “empatia” di cui ha parlato, con passione, Declan Donnellan ricevendo il Leone d’Oro 2016. I maestri – anche loro rappresentativi di mondi, scuole, lingue, culture diverse – portano la loro sapienza e la mettono in gioco, nel dialogo con gli allievi, ai quali – oltre che “insegnare” – offrono un confronto, un lavorare assieme.
Senza competizione, senza ansie (o con poche ansie), ma con lo scopo di verificare gli strumenti a disposizione, di ampliare le prospettive, di vivere assieme il teatro.

foto Andrea Avezzù
foto Andrea Avezzù

Quando si arriva a sera, dopo le giornate chiusi nei tanti spazi diversi a provare; dopo i Talks con i Maestri, dopo gli spettacoli, ci si ritrova a chiacchierare, magari inseguendo l’ultimo vaporetto per tornare a casa.
È un mondo che si incardina, quest’anno, in particolare su Cechov e Shakespeare, ma che, come sempre, sa aprirsi a tutti i codici e le drammaturgie del contemporaneo. Ed è un mondo che si rispecchia sulle acque di Venezia, con le sue innegabili e bellissime differenze.
La Serenissima, lo ricordate, è sempre stata un porto affacciato sul mare, aperto alla scoperta (e alla conquista): oggi, invasa da turisti caciaroni, attraversata da navi giganti, riesce comunque a proteggere la qualità di imprese culturali (rischiose e delicate) come quella del College Teatro.
Così gli artisti-atleti di questa anomala olimpiade trovano condizioni climatiche favorevoli per segnare i record di nuove prestazioni personali e collettive. Attraverso il teatro, continuiamo a sperarlo, e attraverso simili esperienze, può crescere l’individuo e dunque la società.

La cambieremo un po’ in meglio, questa realtà? Chi sa: siamo una minoranza, ci ricorda Goffredo Fofi, ma una minoranza particolarmente viva e attiva. A Rio, quando gli atleti scenderanno in pista, avremo la visione (o l’illusione) di un mondo Altro, possibile, senza conflitti: anche lì sarà una minoranza a disegnare un modo civile di (con)vivere e competere.
Qua in Laguna, poi, non c’è rischio di antidoping. Al massimo si può fare qualche controllo sul tasso alcolico dei partecipanti e evidentemente si registreranno elevati livelli di spritz: non vi preoccupate, non comportano squalifica.

di Andrea Porcheddu

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