Romeo Castellucci ieri e oggi alla Biennale di Venezia

Aspettando la prima italiana, stasera alle Tese dei Soppalchi dell’Arsenale, dell’ultimo lavoro di Romeo Castellucci Ethica. Natura e origine della mente –, ripensare alla sequenza delle presenze del regista alla Biennale di Venezia può essere l’occasione per confrontarsi – da un punto di vista anomalo – con il percorso ricco, complesso e stratificato, per molti versi imprendibile, che l’artista ha tracciato con il suo teatro negli ultimi decenni.

Sono passati più di trent’anni dalla prima “incursione” veneziana, alla Biennale Teatro, di Romeo Castellucci con la Socìetas (al tempo “Società”) Raffaello Sanzio. La compagnia, invitata nel 1984 dall’allora direttore Franco Quadri, presenta uno spettacolo dal titolo Kaputt Necropolis e, con esso, la Generalissima: una nuova lingua «condensata e universale, suddivisa in quattro livelli di difficoltà, l’ultimo dei quali riduce a quattro termini tutto il vocabolario» (Agone, Apotema, Meteora, Blok). È un punto-limite per la ricerca dell’epoca, dove l’invenzione di una lingua nuova e diversa sembra scuotere i confini stessi del teatro. Ed è forse anche un punto di non ritorno per il percorso del gruppo: secondo Oliviero Ponte di Pino, questo spettacolo apre per la compagnia a «una nuova fase, una paradossale rifondazione delle basi della cultura occidentale», quella che la condurrà a scuotere il teatro italiano e internazionale negli anni successivi con lavori come Santa Sofia. Teatro Khmer, Gilgamesh fino a Amleto e l’Orestea.

«Gli accenti emotivi che siglano i vari momenti stanno a confermare la necessità – più o meno sentita – di colpire la mente dei riguardanti. Un pensiero è tanto più comunicativo quanto più è accompagnato da immagini che permangono nella memoria», si legge nel foglio di sala di Kaputt Necropolis, che a distanza di decenni sembra quasi la condensazione – precipitata in forma scritta – di un progetto di obiettivi e orizzonti di lavoro e pensiero, inseguiti, raggiunti e poi superati nel percorso della Socìetas Raffaello Sanzio e del regista.

Romeo Castellucci è di nuovo alla Biennale di Venezia nel 2005, questa volta nella veste non di regista ospite, ma di direttore artistico. L’edizione del festival – testimoniata anche in un saggio di Antonio Audino nel suo Corpi e visioni – intitolata Pompei. Il romanzo della cenere è rimasta nella memoria per la modalità di selezione delle opere in rassegna (una call pubblica internazionale) e poi per la particolarità della proposta artistica: in programma, artisti al di fuori dei tradizionali circuiti delle arti sceniche, provenienti anche da altri campi di ricerca, che nella diversità delle loro opere discutevano radicalmente la possibilità della rappresentazione.
Ancora una volta un approccio – in questo caso dal punto di vista curatoriale – che scava i limiti consolidati di quello che si vuole e si crede essere il teatro del nostro tempo, che si sforza di guardare al di là dell’orizzonte sicuro e perimetrato dagli steccati interpretativi correnti e comunemente accettati.
Anche da quella tappa alla Biennale, giungono all’oggi indizi per seguire e riavvicinare il percorso dell’artista: «come far sopravvivere un’immagine» – scriveva nell’introduzione al Festival – «dopo il suo abuso retorico, commerciale, politico e spettacolare; dopo che è stata ridotta a involucro vuoto e, di volta in volta, riempita da una funzione comunicativa?». È una questione portante del nostro tempo, dell’arte che si fa, della critica e del teatro (e forse anche del percorso di Castellucci).

La presenza dell’artista alla Biennale di Venezia si è intensificata negli ultimi anni, invitato a partecipare con spettacoli, performance, workshop e seminari nelle 7 edizioni di Festival e College dirette da Àlex Rigola.
È un percorso che comincia già nel 2010: è con un laboratorio di Castellucci che si inaugura la direzione di Rigola nell’ottobre di quell’anno; che passa da spettacoli memorabili (come Sul concetto di volto nel figlio di Dio) e laboratori dagli esiti di straordinaria potenza (per esempio nel 2011 Attore, il nome non è esatto); e che giunge fino all’ultima edizione, nel 2015, dove il regista ha presentato i “pezzi staccati” ripresi dal celebre Giulio Cesare della Raffaello Sanzio e ha sviluppato un workshop di regia mirato a lavorare su «un’idea di rappresentazione come cosa in sé, affrancata dall’assolutismo del significato».

In questo lungo confronto fra Castellucci e la Biennale, il 2013 segna un anno-chiave.
Prima di tutto perché è in quell’edizione che il regista è stato insignito del prestigioso Leone d’Oro: «per averci fatto dubitare, interrogandoci con scene apparentemente inoffensive, e poi farci scoprire che dietro ogni pelle di pecora c’è un lupo o cento lupi o mille. […] Per aver fatto dell’Italia un riferimento internazionale […]. E per essere stato una grande fonte di ispirazione per le generazioni successive a cui ha regalato un magma di nuovi linguaggi scenici”» si legge fra le motivazioni del premio.

foto Guido Mencari
foto Guido Mencari

Ma il 2013 è importante, oggi, anche da un altro punto di vista: in quell’edizione del Festival, Castellucci ha presentato al pubblico l’esito di un workshop dal titolo Natura e origine della mente, che è alla base – o almeno all’innesco – di Ethica, che vedremo stasera all’Arsenale.
Con questa performance avremo l’occasione di vedere ancora una volta alla Biennale di Venezia una tappa preziosa e ulteriore di questo percorso. Un itinerario nel teatro che si è svolto tramite una radicale riflessione sulla possibilità stessa della rappresentazione, che ha interrogato la capacità dell’arte di riguardare l’umano dentro e fuori i confini del palcoscenico, che ha messo in discussione tante convenzioni teatrali, intellettuali e culturali; un tragitto che negli ultimi anni si è arricchito – presumibilmente anche tramite il lavoro laboratoriale di Biennale College –, ponendo profondamente la questione della trasmissione delle tecniche, degli approcci, delle modalità di lavoro e forse anche degli orizzonti stessi di questo progetto di messa in discussione continua e inesausta dei limiti del teatro.

di Roberta Ferraresi

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