Anne Bogart e gli artisti come “creatori del futuro”

“I regard the theatre as an art form because I believe in its transformative power”, si legge nel libro di Anne Bogart A Director Prepares. Ed è questo che la celebre regista, teorica e pedagoga ha fatto nel suo percorso pluridecennale nel teatro.

Prima di tutto, cercando di cambiare il ruolo dell’attore all’interno della creazione scenica: sviluppando i metodi  Composition  Viewpoints, per l’allenamento, la creatività e la presenza scenica del performer.
Non è un caso che entrambe le proposte vengano dall’esperienza di Bogart degli anni Settanta all’interno della danza moderna americana, all’epoca fra le punte più avanzate dell’arte statunitense, forse molto più vicina al fermento delle neo- e post-avanguardie rispetto al teatro. Ma dal lavoro di Aileen Passloff o da quello di Mary Overlie – rispettivamente ispirazione per il primo e il secondo metodo –, Anne Bogart muove passi in direzioni diverse, pone domande altre, sposta gli orizzonti, giungendo a proporre un’idea pedagogica sia per stimolare la creatività dell’attore che diventa motore drammaturgico di ogni creazione (con Composition), che per affinare le sue modalità di relazione con la scena, lo spazio, l’ambiente (con Viewpoints).

Ed è questo un altro punto fondamentale, legato alla dimensione trasformativa del rapporto fra l’artista e il teatro: la capacità di rielaborazione espressa da Anne Bogart lungo tutta la sua carriera, un percorso non solo d’arte, ma – come afferma l’artista stessa in A Director Prepares – anche e soprattutto di studio, in senso profondo, intenso, ampio e lato.

Non sono solo la danza moderna o la regia a divenire oggetto d’indagine e di ripensamento creativo: un’attenzione tutta particolare è dedicata all’eredità della grande seconda avanguardia occidentale, quella che a metà Novecento ha immaginato, sperimentato e proposto al mondo della scena un “teatro oltre il teatro”, in senso artistico, culturale e socio-antropologico. Bogart, infatti, afferma di essersi soffermata a lungo – soprattutto all’inizio del suo percorso – sul lavoro di maestri come Jerzy Grotowski e non a caso attribuisce ad Ariane Mnouchkine e al suo Théâtre du Soleil il merito di averle fatto comprendere l’importanza di fondare una propria compagnia, una ricerca durata a lungo fino alla creazione della SITI Company nel 1992 (mentre il titolo del libro A Director Prepares è un evidente spunto di stanislavskjiana memoria). La prossimità con quest’area europea dell’avanguardia è tale che lo storico del teatro Ferruccio Marotti ne inquadra il lavoro proprio in quel contesto, definendola “regista pedagoga”, proprio come il secondo Stanislavskij, Grotowski o Eugenio Barba.

Però, Anne Bogart è una regista pedagoga particolare, una regista pedagoga d’oltreoceanoEd è qui che emerge un altro nodo di originalità, sempre legato – come si accennava all’inizio – al suo impegno nella dimensione trasformativa del teatro.
L’artista, si diceva, si è interrogata profondamente sul ruolo dell’attore, sulle condizioni della sua creatività e sulle sue modalità di allenamento; e si è sì impegnata nella rivitalizzazione della cosiddetta cultura di gruppo, costruendo una compagnia fondata su criteri di partecipazione, parità e coinvolgimento trasversale di tutti gli artisti coinvolti. Ma, facendo propri questi orientamenti continentali e innestandoli nella cultura teatrale nordamericana, il progetto che emerge in filigrana dall’intero percorso di Bogart sembra essere quello di scuotere, interrogare, modificare – ancora una volta trasformare – la scena statunitense.
Infatti, come ben evidenzia la studiosa Irene Scaturro nell’unico volume italiano dedicato all’artista, Bogart è riconosciuta internazionalmente per «le sue decostruzioni dei classici», il «rifiuto della narrativa lineare in favore di logiche rizomatiche e strutture ipertestuali», un linguaggio basato su «vocabolari formalistici e astratti», un approccio radicalmente anti-naturalistico che trae ogni volta nuova linfa dal lavoro dei propri attori.
Cultura di gruppo e estetica decostruttiva, training e intertestualità, attorialità e visualità si fondono in un unicum peculiare nell’approccio di Anne Bogart, tanto nei suoi spettacoli quanto nel suo percorso pedagogico o nella sua riflessione teorica sulla regia e sull’attore.

È forse per questo che Bob, il lavoro che debutterà stasera in Biennale in prima italiana, è dedicato a un altro grande maestro della scena secondo-novecentesca, però non perfettamente in linea con la costellazione di artisti appena tracciata: Bob Wilson.  Un artista a tutto tondo della scena internazionale che ha saputo trasformare il teatro americano (e non solo) con le sue opere, che ha spostato sempre un po’ più in là gli orizzonti dell’idea di messinscena, partendo dalla tradizione performativa per aprirla a possibilità nuove e inaspettate.
La figura di Bob Wilson si avvicina molto alla concezione dell’artista tracciata da Anne Bogart in A Director Prepares:  a suo avviso, gli artisti hanno il compito di esprimere direttamente le trasformazioni del proprio tempo e, se ci riescono, troveranno nuove forme per le incertezze e ambiguità del presente.  È così che «the artist becomes the creator of the future». Un “creatore del futuro”, come furono i maestri del Novecento,  com’è a tutt’oggi una figura come Wilson; e come lungo tutto il suo percorso ha cercato di essere anche la stessa Anne Bogart.

di Roberta Ferraresi

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