Vita, arte (e parodia) di Bob Wilson

C’è il gusto sapiente della parodia, in questo Bob: un’ironia che demistifica, e rende complici. Anne Bogart, con la SITI Company e con uno straordinario Will Bond in scena, ha presentato alla Biennale il suo omaggio all’arte e alla persona di Bob Wilson, il “genio di Waco”, l’artefice delle tante, mirabolanti creazioni teatrali degli ultimi quaranta anni.
Il lavoro di Bogart è un concentrato di sapienza e di arguta meta-teatralità.


Bob, infatti, si sviluppa nella apparente semplicità di un monologo, di un racconto di sé che è autobiografia e “teatrografia”.
Scritto da Jocelyn Clarke – partendo da parole, testimonianze, interviste di Wilson – il testo è un racconto in prima persona, tra ricordi personali e dinamiche creative. L’artista e l’individuo si svelano, si intrecciano, si sovrappongono: quando finisce l’uno e quando inizia l’altro?
Così, Bond-Wilson racconta del padre, dell’infanzia in Texas, dei viaggi, ma già si affaccia il “personaggio pubblico”, il “genio”, quello che regala un disegno ma poi deve scappare, quello che ragiona sul tempo, sullo spazio, sul teatro.
È interessante il gioco della SITI Company, quell’evocare e sottrarre, quell’alludere e imitare, quell’illudere e parodiare. Ed è micidiale la capacità con cui l’interprete – in un salto mortale ultra-brechtiano – riesca a mettere in causa se stesso, il personaggio-Wilson e le movenze, gli stilemi degli attori del teatro di Wilson.

Ph. Shehab Hossain Courtesy SITI Company 2012-1-19 BOB-27
foto Shehab Hossain

Personaggio di se stesso, insomma, Bob si muove come nei suoi spettacoli, rallenta, stilizza, illumina sapientemente dettagli: così una bottiglia di latte può diventare oggetto scenico rilevante, assoluto.
Come in Einstein on the Beach, come in Dr. Faustus Lights the Lights, come nei recenti lavori con il Berliner o con Willem Dafoe (che a giorni sarà in Laguna), il Bob Wilson inventato da Anne Bogart è un maestro della reiterazione, del loop, della ripetizione ossessiva e distillata. Ma in questa vera e propria “mania” di fermare il tempo, vi è tutta la nevrosi dell’essere umano, la paura di chi vorrebbe controllare tutto, di chi aspira – in qualche modo – a fermare l’inesorabile cammino verso l’ignoto. Bob è un omaggio a Wilson, certo: ma è anche la fresca e sorniona denuncia di un modo di fare teatro, di viversi come “star”, di celebrare la creazione attraverso immaginifici e concettuosi discorsi, incomprensibili e compiaciuti (di cui certo la scena italiana non è esente).

Nella ferocia del sistema teatrale internazionale, della riproducibilità tecnica del capolavoro, dello show business (ancorché di altissima qualità) si resta impelagati come in asfissianti sabbie mobili: e per SITI Company, questo irriverente gioco al massacro non risparmia nessuno. Né l’oggetto del lavoro (il maestro Wilson) né gli autori che di quel sistema, consapevolmente, fanno parte.
Anne Bogart dunque indaga la cultura recente americana, i suoi miti e i suoi feticci, li mette in mostra illuminandone pregi e difetti, eccessi e mancanze, con l’esito – intrigante – di svelare i meccanismi della creazione.

foto Shehab Hossain
foto Shehab Hossain

Certo, c’è da chiedersi cosa possa arrivare, allo spettatore italiano che magari conosce poco e nulla di Wilson: possono perdersi le mille raffinate citazioni, naturalmente, ma credo passi comunque una interpretazione vigorosa, una narrazione intensa, un ritratto tagliente di un uomo alle prese con se stesso, con le sue fobie e i suoi sogni. Nella vibrante adesione di Will Bond, lo spettacolo è un affresco intenso e amaro, non privo di disincantata amarezza, della costante, complessa, faticosa ricerca di identità di ciascuno di noi.

di Andrea Porcheddu

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