Drammaturgie dello spettatore

Partecipazione: ormai in teatro non si parla d’altro.
Da qualche anno la scena europea sta vivendo una riscoperta delle dinamiche di coinvolgimento dello spettatore che hanno segnato tanto Nuovo Teatro del Novecento.
Prima sono state le “avanguardie storiche”. Basta tornare all’effervescenza spiazzante delle soireè futuriste per richiamare il progetto di una rifondazione della scena, dell’arte e dell’uomo basato su un «diverso rapporto con il pubblico, chiamato in causa a partecipare e coinvolto in maniera attiva» (Lia Lapini), su un «gesto vitale diramantesi a macchia d’olio fra scena e platea» (Umberto Artioli).
Poi c’è stata la rivoluzione delle neo- e post-avanguardie, che dopo il Sessantotto cercavano – ben oltre i limiti della rappresentazione scenica – una modalità di rapporto diversa con l’essere attore e con il pubblico, insomma con l’uomo e con la realtà.
Dalla ricerca oltre lo spettacolo di Jerzy Grotowski alle sperimentazioni sul “baratto” fra attori e spettatori dell’Odin, fino alle azioni politiche e urbane del Living, e poi all’eccezionale diffusione del teatro come strumento antropologico di socializzazione con i teatri cosiddetti “di base”, il teatro del secondo Novecento si è ripensato proprio come incontro fra comunità e persone, come strumento di crescita, innanzitutto umana, fondata sulla sperimentazione di una diversa modalità di relazione (sarà per questo che il Futurismo è stato riscoperto come ricordava il critico Giuseppe Bartolucci proprio a metà Novecento, sia dagli artisti ma anche da studiosi come i citati Lapini e Artioli).

E ora, sul crinale del nuovo millennio, sembra che gli artisti della scena stiano tornando a riflettere con forza sulle modalità spettatoriali, mettendone in discussione la dimensione passiva e coinvolgendo sempre più il pubblico nelle creazioni, fino a farlo diventare in certi casi vero e proprio elemento determinante della messinscena.


Non a caso, la Biennale Teatro 2016 ha accolto fra i primi spettacoli in programma Please, continue (Hamlet) di Roger Bernat e Yan Duyvendak (leggi la recensione): la messinscena di un processo ad Amleto interpretata da professionisti legali e attori, supportata nell’esito giudiziario dalla partecipazione di una giuria composta da 6 membri del pubblico. Oltre lo spettacolo, restano memorabili le fitte discussioni fuori dal teatro fra gruppetti di spettatori, combattuti fra l’innocenza o la colpevolezza dell’eroe shakespeariano e sulla giusta misura della condanna (qui si possono ascoltare alcuni di quei “commenti a caldo” del pubblico).

"Please, continue (Hamlet)" - foto di Andrea Avezzù
“Please, continue (Hamlet)” – foto di Andrea Avezzù

Il punto però, per Bernat, non è quello della partecipazione in senso stretto, quanto della «condivisione di una perplessità», come ha dichiarato nel corso dell’incontro pubblico alla Biennale (qui alcune citazioni dal talk). Se la partecipazione è stata la parola-chiave, a suo avviso, di tutto il Novecento, l’epoca attuale si distingue proprio per questo approccio, sensibilmente mutato: «dopo un secolo di “avventure emancipative” abbiamo capito che l’obiettivo non è l’emancipazione in sé, ma – visto che distruggeremo tutto – il sapere che lasceremo in eredità questo progetto a chi verrà dopo di noi». E il proposito non è quello “utopico” e ampio della ri-creazione di una comunità in senso permanente, ma – dice Bernat – della aggregazione di una collettività temporanea che si confronta su un problema condiviso (e visti i dibattiti spontanei post-spettacolo, l’obiettivo può dirsi pienamente riuscito).

Opendoors del workshop di Roger Bernat - foto di Andrea Avezzù
Opendoors del workshop di Roger Bernat – foto di Andrea Avezzù

A questo punto, però, va riconosciuto che il problema dello spettatore e della sua operosità non si pone soltanto in quei progetti che lo chiamano in causa in modo esplicito, diretto.
Romeo Castellucci, alla Biennale con il bellissimo Ethica (leggi la recensione su Biennale Theatre Community), nell’incontro pubblico al Teatro Piccolo Arsenale ha parlato delle proprie opere come di «oggetti lanciati in uno spazio proprio perché possano essere raccolti da opinioni diverse», tornando più volte nel corso del talk sull’importanza della libertà interpretativa dello spettatore. «Il compito dell’artista» – ha constatato – «non è quello di dare risposte, ma di confezionare un enigma il più pericoloso possibile» (qui alcune citazioni dal talk).

foto Guido Mencari
foto Guido Mencari

Con gli allievi del laboratorio di Biennale College, ha raccontato il regista di Cesena, si sono soffermati sulla figura di Marcel Duchamp. L’approccio di questo artista, cardine di tutto il Novecento, può dire molto anche oggi sulla posizione dell’arte nel mondo, sui suoi rapporti con la creazione e la ricezione. Mentre l’idea duchampiana del ready-made potrebbe fra l’altro – come suggerisce Renata Savo nella sua introduzione al lavoro dei Rimini Protokoll, sulla scorta di Oliviero Ponte di Pino – innescare visioni differenti sulla questione stessa del teatro partecipativo e del coinvolgimento (fisico o mentale) dello spettatore. Per Castellucci, Duchamp «è il primo che ha cercato di superare la dimensione retinica dell’immagine che non è più da guardare ma da interpretare»; questo, continua il regista, pone lo spettatore in una posizione particolarmente “scomoda”. Scomoda e carica di responsabilità, verrebbe da aggiungere: se pensiamo all’idea di “epopteia” (“lo sguardo che crea” in greco) o di “curvatura dello sguardo” proposte dall’artista cesenate per suggerire che lo spettacolo sia un oggetto di volta in volta creato dallo spettatore stesso, all’interno della sua mente; o ancora se consideriamo le risposte di Castellucci ai molti che durante il talk chiedevano conferme sulle loro interpretazioni rispetto allo spettacolo Ethica, che a suo avviso non propone un itinerario concettuale univoco ma «gradi sfumati di contatto con lo spettatore».

foto Shehab Hossain
“Bob” – foto Shehab Hossain

Possiamo aggiungere che nel “ritratto” diretto da Anne Bogart e straordinariamente performato da Will Bond, ieri sera in prima italiana alla Biennale (lo spettacolo Bob, recensito qui), il percorso di Bob Wilson sembra esprimere prospettive piuttosto simili. Nel testo, un caleidoscopico collage di dichiarazioni originali dell’artista americano, si dichiara: «molti artisti non capiscono quello che fanno. E non dovrebbero. Altri lo fanno meglio di loro» oppure «io creo immagini, è il pubblico che crea il significato». Il tema della delega interpretativa allo spettatore è uno dei pilastri dell’intero spettacolo Bob e, del resto, del lavoro di Robert Wilson nel teatro.
La libertà di interpretazione, la fiducia nella partecipazione (concettuale) dello spettatore, la sottrazione di un significato predeterminato e obbligato è dunque un’altra strada per un radicale coinvolgimento del pubblico a teatro, per chiamarlo in causa, rimetterlo al centro.

C’è tutta un’avanguardia (storica, prima e seconda, neo- e post-) che ha investito molto sullo spettatore, sulla sua attivazione, sul suo ruolo determinante nella messinscena, ma con un approccio di segno diverso rispetto al teatro partecipativo in senso stretto, che mira a coinvolgere anche e soprattutto il corpo del pubblico nella scrittura scenica.
Ma, d’altra parte, anche Roger Bernat, i cui progetti si situano su altri versanti della drammaturgia dello spettatore, pensa alla “responsabilità del teatro”, al suo ruolo in epoca contemporanea per le sue potenzialità di “dispositivo critico”, che – rispetto ad altri media attuali – lascia singolarmente fra azione e reazione – appunto – un importante tempo per l’interpretazione.

Il nodo, da qualsiasi punto di vista lo si voglia cogliere, sembra essere sempre lo stesso: ritrovare la dimensione del teatro come incontro fra le persone, come strumento critico e di confronto pubblico; insomma, come atto strettamente, radicalmente e autenticamente politico. Una verità antica come il teatro stesso, e che però in questi ultimi anni sembra dare nuova linfa alla sperimentazione della scena (fra l’altro venendo accolta con grande interesse da nuovi pubblici, oggi sempre più stimolati dai new media in senso partecipativo e co-autoriale).
Aspettiamo stasera l’Opendoors di Stefan Kaegi per poter cogliere, ancora e di nuovo, una diversa sfumatura della questione, che sarà senza dubbio capace di arricchire in modo singolare e pregnante il discorso che gli artisti della scena contemporanea stanno in questi anni svolgendo fra scena e realtà, intorno alla drammaturgia dello spettatore.

di Roberta Ferraresi

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