Nei paesaggi del reale con i Rimini Protokoll

Non è inusuale, in Germania, che le università affianchino ai percorsi di formazione nel campo dei performance studies l’applicazione concreta delle teorie, tramutandosi, anche un po’ per caso, in fucine creative o fruttuosi luoghi di scambio di idee per giovani aspiranti artisti.

All’Institut für Angewandte Theaterwissenschaft di Giessen, verso la fine del millennio, si incontrano tre studenti: Stefan Kaegi, Helgard Haug e Daniel Wetzel. Decidono di non unirsi in una vera e propria compagnia teatrale, ma di riconoscersi come un gruppo di direttori freelance che collabora occasionalmente alla realizzazione di progetti site-specific, stage performance e pièce radiofoniche.

Dal 2003, dopo vari confronti sul nome da dare al proprio cluster di direzione, i tre scelgono l’etichetta Rimini Protokoll: un nome che gioca su una curiosa combinazione tra la città romagnola, protagonista di conversazioni notturne che riguardavano i turisti tedeschi in Italia, e il termine tedesco “Protokoll”, che rinvia al documento e al mondo dell’informazione.

Il metodo di indagine che i Rimini Protokoll applicano alla realizzazione di un progetto, infatti, sotto certi aspetti somiglia al lavoro del reporter o del giornalista: ricerche sul campo, interviste a persone comuni, utilizzo di fonti originali. Si basa sull’assunto che per procedere a una ricerca artistica sulla realtà sia necessario conoscere le persone che interagiscono con l’ambiente oggetto dell’indagine, includere la loro presenza all’interno non solo del processo, ma anche del risultato. Chi sono, cosa fanno, come pensano determinati gruppi sociali: sono questioni fondamentali da affrontare per i Rimini Protokoll, ragion per cui si mettono sulle tracce degli abitanti reali di un paesaggio vivo e li portano in scena per restituire di quel paesaggio una visione complessa e multi-sfaccettata.

“Reality trend”, così è stata definita nel 2002 dalla rivista tedesca «Theater der Zeit» l’ondata di questo nuovo teatro di cui i Rimini Protokoll possono essere considerati gli iniziatori: un teatro documentario, le cui premesse e il risultato, però, sono lontani anni luce dal teatro naturalista che pure aveva un approccio “scientifico” nei confronti della realtà sociale riprodotta sul palcoscenico. Si tratta di due fenomeni addirittura agli antipodi: mentre nel teatro naturalista si parte dal testo drammatico o letterario per rappresentare una visione del mondo che risponda verosimilmente al comportamento della realtà sociale, negli spettacoli dei Rimini Protokoll il coinvolgimento di attori non professionisti del teatro si riscopre mezzo diretto di conoscenza per arrivare a sottolineare la distanza tra l’individuo e il proprio modo di rappresentare ciò di cui si occupa nel quotidiano. Non c’è un rapporto di verosimiglianza tra i personaggi, né tra questi e il mondo evocato, ma esposizione della fiction, dettata dalla consapevolezza dei performer di essere stati selezionati per “recitare” il ruolo che rivestono nella vita reale. Un teatro di questo tipo si avvicina, non a caso, a certe esperienze artistiche d’avanguardia. Come ha notato Oliviero Ponte di Pino, nel dossier La svolta performativa: da Marcel Duchamp a Rimini Protokoll pubblicato su “Hystrio” (marzo, 2014): «In principio fu l’invenzione del ready made: Marcel Duchamp pose al centro dell’attenzione non tanto l’opera, quanto il gesto creativo che rendeva l’oggetto “trovato” un’opera d’arte».

Le persone coinvolte negli spettacoli dei Rimini Protokoll, infatti, assumono all’interno del dispositivo scenico una funzione simile all’oggetto artistico ready made; come questo, si trovano spostate dalla loro abituale “collocazione” e inserite nella cornice non familiare del teatro. In questo senso, protagonisti diventano trafficanti di armi, conducenti di camion, anziane signore, piloti di Formula 1, politici, cultori o tecnici di altro tipo, ma sempre e comunque “esperti” della vita quotidiana che vengono selezionati e portati a teatro per raccontarsi.

D’altro canto, “teatro di esperti” è un’espressione che i Rimini Protokoll hanno utilizzato in molte occasioni per descrivere le loro produzioni. Teatro di “esperti” perché si attribuisce all’assenza di una formazione nel campo delle arti performative propria di questi attori un valore addizionale, non sottrattivo.

La definizione, però, è ad ampio raggio: non significa solo, o necessariamente, essere portatori di un bagaglio di competenze, ma anche aver vissuto esperienze particolari e saperle raccontare. Heidi Mettler, presente sul palcoscenico di Blaibert & Sweetheart 19 (2006), è una donna che ha subito un trapianto di cuore; Thomas Kuczynski, all’epoca del suo coinvolgimento in Karl Marx: Das Kapital, Erster Band (2006), stava curando il primo capitolo de Il Capitale di Karl Marx; Kreuzworträtsel Boxenstopp (Crossword Pit Stop, 2000), il primo spettacolo che ha visto lavorare insieme Kaegi, Haug e Wetzel, è una pièce teatrale per quattro anziane signore della porta accanto che vede coinvolti piloti di Formula 1.

Negli ultimi anni, la ricerca del gruppo berlinese si è concentrata, poi, sull’indagine degli spazi urbani, e sugli spostamenti fisici all’interno di essi, dando vita a dispositivi itineranti che integrano la funzione dello spettatore nella realizzazione di un’azione scenica o di un percorso di azioni. In Sonde Hannover (2002), i partecipanti muniti di cuffie e binocoli, dal decimo piano di un grattacielo, spiano la Kröpckeplatz ad Hannover come fosse un palcoscenico a cielo aperto della vita urbana; Call Cutta (2005) è un tour per le strade di Berlino guidato telefonicamente da un call center in Calcutta, dove vengono istituiti parallelismi tra le storie di due popoli, tedesco e indiano, generando un cronotopo in cui passato, presente e futuro si sovrappongono. Interessante anche Cargo Sofia (2006), un viaggio spettacolare che coinvolge due conducenti di camion e quarantacinque partecipanti: il mezzo di trasporto viene convertito in un teatro fisico itinerante, perché una finestra sulle ali laterali del veicolo lascia visibile il paesaggio durante il lungo tragitto che tocca diverse città europee, mentre si vedono proiettati in video i conducenti che narrano le proprie biografie.

Poi ci sono le partiture sonore create ad hoc per alcune delle più importanti metropoli del mondo (Berlino, Vienna, Avignone, San Pietroburgo, Santiago, New York, Parigi e altre): il progetto Remote X. Nella sua versione italiana (Remote Milano, 2014), il percorso urbano pensato per il capoluogo lombardo conduceva gli spettatori-partecipanti dal Cimitero Monumentale alla stazione di Porta Garibaldi e alla moderna Piazza Gae Aulenti, concludendosi su una terrazza dell’Ospedale Fatebenefratelli. Si veniva guidati nel cammino da una regia connessa ad auricolari, da un personaggio virtuale che si presentava con il nome Fabiana. Diretti dalla voce dell’audioguida, gli spettatori erano invitati a osservare con occhi diversi il paesaggio urbano, aprendo lo sguardo e la mente a nuove riflessioni sul rapporto tra lo spazio e le dimensioni temporali evocate.

Di questo tipo, anche la performance Video Walking Venice che Stefan Kaegi ha curato nel 2011 proprio qui la Biennale, al termine del workshop condotto insieme a quattordici artisti provenienti da otto Paesi differenti. Durante il laboratorio, ognuno aveva prodotto un breve video-walk, a partire dal palazzo di Ca’ Giustinian, usando la metodologia sviluppata dai Rimini Protokoll. I video venivano poi usati all’interno di una performance, una sorta di esperienza multimediale interattiva per quattordici spettatori esterni. Ciascuno di essi riceveva un iPod touch e iniziava a seguire le azioni e gli spostamenti nello spazio suggeriti dal filmato, intrecciando immagini del presente e punti di vista precedentemente registrati.

Non fa meraviglia, dunque, che nello stesso anno di Video Walking Venice, la Biennale abbia consegnato a Stefan Kaegi il Leone d’Argento per l’«innovazione drammaturgica». Le performance realizzate, fondate sulla costruzione di dispositivi ludici che richiedono la partecipazione dello spettatore per essere attivati, e la creazione di forme alternative di narrazione che trovano origine negli “spazi trovati”, hanno influenzato l’intera scena europea, creando un vero e proprio movimento che oggi non solo non si è arrestato, ma si può ben dire in pieno fermento.

Appuntamento, dunque, oggi per l’Opendoors della Biennale Teatro 2016, una nuova tappa nella ricerca di Stefan Kaegi e di Rimini Protokoll: oggetto dell’indagine, questa volta, il “cantiere”.

di Renata Savo

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