Affari di donne e questioni di genere

Tempo fa, un piccolo terremoto ha scosso le assi del Globe Theatre di Londra: la nuova direttrice artistica, la regista Emma Rice, ha deciso di affrontare di petto la questione di genere: probabilmente ben presto in scena ci saranno attori e attrici in egual percentuale, indipendentemente dal testo rappresentato. 50% uomini e 50% donne. Se solo il 16% dei personaggi shakespeariani è donna, vorrà dire – ha detto la Rice – che le donne interpreteranno i ruoli maschili.


Si sa, William Shakespeare scriveva il ruolo di Giulietta o di Ofelia pensando ad attori come Nathaniel Field, allievo e protetto anche da Ben Jonson, e poi John Rice, William Ostler, o al bel Lawrence Fletcher, di cui era infatuato addirittura il re Giacomo I Stuart.
Il teatro, insomma, era un fatto da uomini. Ci pensarono le Comiche dell’Arte a cambiare le regole: la divina veneziana Vincenza Armani, l’incantevole Isabella Andreini, e poi l’acclamata ferrarese Vittoria Piissimi, la famosa romana Flaminia, Lidia da Bagnacavallo, Prudenza da Verona, l’incredibile Livia Vernazza e tante altre.
A metà Cinquecento, nelle corti e nelle “stanze” pubbliche adibite a teatro, arrivarono loro: le attrici. Ed è stato, naturalmente, un miracolo di bellezza e grazia. Donne in gamba, certo: colte, borghesi, giovanissime e preparatissime, le Comiche dell’Arte furono le prime ad andare in scena, uno spazio normalmente affidato agli uomini che – da Eschilo in poi – interpretavano anche i ruoli femminili.

Di fatto, il teatro è stato a lungo – e lo è ancora – una faccenda declinata al maschile. E dunque la questione di gender, si pone, e con forza.
Basti pensare al fatto che, se diamo un’occhiata alle direzioni dei Teatri Nazionali italiani, non troviamo una “direttrice” nemmeno dopo la complessa riforma di settore voluta dal Ministro Dario Franceschini. Anche nei nuovissimi “Teatri a rilevante interesse culturale” – i cosiddetti Tric spiccano i nomi di Andrée Ruth Shamman (al Franco Parenti), Velia Papa (Marche Teatro) e Paola Donati (alla Fondazione Teatro Due di Parma). Dopo di loro ben poco. Da poco la bielorussa Eva Neklyaeva è stata nominata direttrice al Festival di Santarcangelo, ed è una notizia che accogliamo con piacere. Ma basta?

Qui alla Biennale Teatro 2016 non mancano figure femminili: da Anne Bogart, che abbiamo incontrato ieri, a Eva-Maria Voigtländer, a Christiane Jatahy alla travolgente Angélica Liddell, la presenza femminile è di assoluto rilievo.
E sono tante, naturalmente, le attrici, registe, drammaturghe che frequentano i laboratori. Nonostante ciò, le cosiddette pari opportunità sono un problema serio nel teatro italiano: nei programmi ufficiali le registe “scarseggiano”, non per qualità o passione (sono tante, e brave) ma proprio per mancanza di spazi. Artiste diverse, impegnate, apprezzate anche all’estero, ma tutte – Emma Dante in testa: è di pochi giorni fa un suo appello per la situazione in cui versa lo Stabile di Palermo – hanno dovuto faticare (e faticano) non poco per imporsi in un ambiente in cui l’estetica è prevalentemente maschile.

Troppo spesso anche le attrici devono subire la “dittatura” dello sguardo maschile (sia esso autorale, registico o addirittura critico): costrette dunque a diventare più virili degli uomini pur di sopravvivere, le donne del teatro sono diventate capaci di grandi miracoli. Portarsi figli in quinta e allattare tra una battuta e un’altra non è solo aneddotica, ma sintomo di determinazione e capacità. Una donna che vuole investire nella sua professione forse deve rinunciare alla sfera della maternità, della famiglia, della vita privata. Il piccolo mondo antico del teatro non è così preparato alle donne: la gravidanza è considerata ancora come qualcosa da stigmatizzare, da nascondere, quando va bene da posticipare.

Allora fanno bene i Motus, come sempre attenti alle problematiche che scuotono (o scuoteranno di qui a non molto) la società italiana, a sollevare la questione. Dopo MDLSX, lavoro che ha già riscosso tanto successo ovunque, interpretato con splendida adesione da Silvia Calderoni, Motus ha scelto di reinventare completamente lo Splendid’s di Jean Genet, traendone una vicenda totalmente nuova – affidata alla penna di Magdalena Barile e Luca Scarlini – e tutta virata al femminile. Del loro “Raf-Fiche” vedremo una apertura, con un cast di otto donne: donne armate, pronte a colpire e – perché no? – a cambiare il mondo.

di Andrea Porcheddu

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