Jan Klata: rivoluzione e necessità di un nuovo teatro polacco

Quando si pensa al teatro polacco della seconda metà del Novecento o comunque “contemporaneo”, sembra quasi d’obbligo il riferimento a due grandi nomi: Jerzy Grotowski e Tadeusz Kantor. Entrambi punti di riferimento importantissimi per la scena europea, hanno lasciato tracce così forti sul terreno della ricerca teatrale da aver praticamente offuscato memoria o conoscenza di qualsiasi altra esperienza successiva.

Eppure, il teatro contemporaneo polacco attualmente si caratterizza per la presenza, si può dire, di due tendenze che poco sembrano avere a che vedere con i due maestri: la prima riguarda l’interpretazione dei classici, di cui si prova a far emergere strati drammaturgici attualizzabili, capaci di veicolare una visione del presente che sia politica e impegnata; la seconda, invece, include il teatro definito “documentario” o “para-documentario”, che prende spunto da interviste, cronache e report giornalistici, sulla scia del Verbatim Theatre (un alveo della ricerca teatrale che ha origine in Inghilterra negli anni Ottanta, e che si distingue per un metodo di scrittura basato sul trasferimento “parola per parola” di atti processuali o inchieste direttamente svolte da ensemble di attori, i quali alternano poi sul palcoscenico le modalità del dialogo drammatico e quelle della recitazione epica).

Jan Klata (1973), regista e drammaturgo di Varsavia, si muove dall’inizio degli anni duemila soprattutto nel primo dei due territori. Tuttavia, qualche incursione nel secondo non risulta a lui estranea: al secondo indirizzo, per esempio, appartiene sicuramente Transfer! (2003), sugli spostamenti di grandi masse di popolazione, polacca e tedesca, avvenuti dopo la seconda guerra mondiale; uno spettacolo che coinvolge sia attori professionisti che anziani, protagonisti reali del delicato momento storico.

Di Klata, certamente sono però più conosciute le messinscene della prima tendenza, e cioè le riscritture basate sui classici. Esse hanno fatto parlare a proposito della sua produzione di un “teatro impegnato” o “politico”, che – al di là delle spesso dubbiose etichette critiche – è stato avvertito come “rivoluzionario” e “necessario” all’epoca dei suoi vari debutti, al punto tale da apparire oggi significativo di uno “stile predominante” polacco.
Tra queste, Rewizor (L’ispettore generale, 2003) di Gogol’, che ha decretato la fama di Klata e indicato la strada per un linguaggio mirato alla rappresentazione del presente, particolarmente indicato ad avvicinare nuovi e più giovani pubblici, rispetto ai quali più volte il regista ha manifestato l’interesse nel costruire un dialogo.

foto M. Hueckel
foto M. Hueckel

Da allora hanno fatto seguito molte riscritture classiche, alcune anche abbastanza controverse, che vedono, da un lato, una critica entusiasta, e, dall’altro, un gruppo di critici perplessi davanti alle “manipolazioni” che il regista opera sui testi di partenza. Appartengono, infatti, al bagaglio di interventi e di mezzi linguistici di Klata quelli che egli stesso definisce “graffi mentali” e “campioni letterari”: i primi hanno spesso a che fare con i personaggi comici e si manifestano in quei momenti dello spettacolo in cui il regista manomette con forza il testo, o di proposito ne sospende l’azione. Analogamente, il “campionamento” riguarda passaggi testuali e immagini sceniche non riadattate al contesto di riferimento, e che quindi assumono, potremmo dire, una sfumatura “fuori tempo” rispetto all’epoca visualizzata. Questi strumenti, insieme all’utilizzo di elementi popolari e all’ibridazione di forme e generi, come il mix indifferenziato della musica pop e di quella classica, hanno prodotto un accorciamento positivo di distanze tra i drammi rappresentati e gli spettatori. In poche parole, hanno generato quell’avvicinamento sperato e auspicato dal regista.

Ciò è avvenuto soprattutto grazie al fatto che la vita quotidiana si riflette sul palcoscenico in un modo che rende possibile al pubblico l’identificazione e l’empatia con la scena. Il teatro, in questo senso, non è visto come intrattenimento, ma come spazio in cui il passato e il presente dialogano per veicolare al pubblico riflessioni sull’attualità talvolta persino scomode o “dolorose”.

Il lavoro di riscrittura, di comunicazione tra i valori originali del testo classico e quelli attuali, riesce particolarmente bene a Klata nelle sue messinscene shakespeariane. In H (2004), ispirato all’Amleto, il regista prende come punto di partenza gli anni Ottanta del suo Paese per far passare un commento sul momento storico vissuto dalla Polonia vent’anni dopo. Titus Andronicus (2012), invece, presenta personaggi suddivisi tra Romani, che parlano il tedesco, e i Goti interpretati da attori polacchi. Durante lo spettacolo, l’antagonismo tra i due popoli ruota intorno all’esperienza della guerra trasformandosi in uno spazio di indagine sui rapporti attuali tra i due popoli.

Presente alla Biennale quest’anno proprio con un workshop che ha cercato di trovare una risposta al quesito “Che fine hanno fatto tutti gli eroi?”, dal titolo Cinquanta sfumature di martirio, e con sottotitolo Strategie di sopravvivenza, Jan Klata presenta un Re Lear, altro grande dramma shakespeariano questa sera in scena in prima nazionale al Teatro delle Tese.
Cosa dovrà aspettarsi il pubblico, stasera, da questo Kròl Lear? Un’altra sorpresa, con ogni probabilità capace di creare interessanti parallelismi tra dimensioni temporali diverse, e forse meno distanti di quanto sembri.

di Renata Savo

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