“In giro” per Venezia con lo story-game dell’Opendoors di Stefan Kaegi

L’Opendoors del laboratorio diretto da Stefan Kaegi, negli straordinari spazi del Teatro La Fenice, comincia con sei gruppi di spettatori armati di cuffiette (e un bel po’ di curiosità), con ognuno che va verso la “parola” che gli è stata assegnata, sei termini-chiave per descrivere Venezia: Mose, Fire, Real Estate, Logistic, Little Venice, Urbanism. Da qui si sviluppano – in sale, salette, angoli del bellissimo teatro veneziano – sei diverse storie. Raccontano la città, grazie alla energia e puntualità dai partecipanti al laboratorio, che si fanno di volta in volta guide, narratori, giornalisti, danzatori, agenti immobiliari, storici. 

C’è il problema dei giganti del mare, le enormi crociere che ogni giorno attraversano il fragile centro storico, riversando fra calli e campielli orde di turisti; c’è la cocente questione abitativa, per cui da una stanza di 20 metri per 10, si ricavano almeno 6 monolocali, da cui, aprendo la finestra, si può godere di una “magica vista sui muri di Venezia”, a pochi centimetri dalla propria faccia. C’è, naturalmente, lo scandalo atroce del Mose, milioni di euro in tangenti e lavori pubblici, arresti eccellenti e j’accuse per una grande opera che avrebbe dovuto salvare la città dall’acqua alta. E poi ancora i roghi che hanno distrutto la Fenice (l’ultimo è del ’96), che – il nome è una garanzia – ogni volta per fortuna risorge dalle ceneri. Dunque c’è tutto nel breve e incisivo esito scenico di Kaegi: affreschi e stucchi, storia e attualità, passato e futuro, il mercato del lusso e la crisi, gli scambi antichi e contemporanei con l’estremo Oriente, il ponte di Calatrava, i balli di gruppo e, perché no?, Little Venice a Shanghai.

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I sei gruppi di parole e storie corrispondono a fatti, raccontati con una esattezza micidiale, e dischiudono davanti agli occhi dello spettatore visioni, atteggiamenti e problemi quanto mai reali. E parlano agli spettatori della Biennale di una Venezia profondamente diversa da quella che si vede di solito, quella cartolina perpetua di mosaici dorati, colonne di marmo, gondole, monumenti celebri, ponticelli e canali.
Perché quelle scelte da Stefan Kaegi e dai partecipanti al suo workshop sono storie vere, verissime, questioni che girano il coltello in una ferita mai del tutto rimarginata nell’identità stessa di una città che è preda inerme e, allo stesso tempo, micidiale carnefice di se stessa  (con una buona dose di complicità da parte delle amministrazioni locali che si sono avvicendate in questi decenni).

Ma, come nella migliore  tradizione teatrale di certa avanguardia, qui lo strumento critico per eccellenza non è solo il docu-drama o il teatro-reportage, ma il suo intreccio con una finzione quasi fantascientifica, supportata dall’energia tagliente e straniante dell’ironia, della comicità.
L’Opendoors dal laboratorio di Stefan Kaegi è prima di tutto divertente, strappa più di un sorriso, tanto che da una sala all’altra della Fenice si sentono riecheggiare risate. Divertente e – naturalmente, come in ogni lavoro dell’artista – partecipativo: insieme ai performer di questo articolato story-game o gioco di ruolo corale, sono gli spettatori stessi, chiamati di volta in volta a compiere azioni, supportare la messinscena, addirittura a interpretare veri e propri personaggi (sono semplici visitatori ma anche ballerini, “worker” che trasportano l’ultimo pezzo del ponte di Calatrava, acquirenti di un’agenzia immobiliare, addirittura monumenti veneziani).

L’esperienza del singolo si apre qui oltre gli orizzonti veneziani, per una performance che – al di là dell’utilizzo della narrazione in cuffia – ragiona con lucida disincantata ferocia sulle logiche di vecchi e nuovi media.
Le sei storie dell’Opendoors si sovrappongono e man mano che la performance procede i bravissimi performer  mostrano le stesse azioni da punti di vista completamente diversi: un gruppo di spettatori in diretta video diventa, per il pubblico di un’altra scena, la folla in attesa del giudizio al processo Mose dietro un performer-giornalista in diretta tv; il gruppo che trasporta simbolicamente l’ultimo pezzo del ponte di Calatrava attraverso gli angoli angusti della città (le sale della Fenice), per un’altra compagine viene presentato come una delle grandi crociere che attraversano Venezia; mentre gli spettatori distesi ad ammirare il soffitto delle meravigliose Sale Apollinee si converte – per un altro gruppo che guarda – prima nella planimetria antica della città e, una volta in piedi per un ballo collettivo, nella inquietante simulazione di come sarà la Venezia del futuro. Così, con feroce ironia e lucida immediatezza, vengono svelate sotto gli occhi di tutti le tattiche di manipolazione mediali che subiamo ogni giorno.

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Critica, ironia, partecipazione – negli interstizi vibranti tra questi nodi performativi si situa l’esperienza spettatoriale proposta nell’Opendoors. Si tratta di una fruizione teatrale “giocata” – ma sarebbe meglio dire “played”, come suggeriva Stefan Kaegi nel talk pubblico della Biennale –, impastata poderosamente tra immedesimazione, coinvolgimento, trasporto e la rottura di quest’incanto, forse il famoso straniamento brechtiano.
Il teatro avviene – sembra suggerire Kaegi –  intorno a noi continuamente, e il teatro siamo noi stessi:  comunque vada ci troviamo volenti o nolenti a interpretare un ruolo nella società – come diceva Erwin Goffman –e dunque possiamo provare a giocare un ruolo certo non passivo, quantomeno nell’analisi di quello che accade intorno.
E se, come accade anche nella vita reale, il gusto della partecipazione (così cercata in questi tempi post-mediali e convergenti) o dell’intrattenimento può certe volte prendere il sopravvento, dopo la performance resta un senso di piacere dal retrogusto amaro:  aver fatto conoscenza di qualcosa non tramite un racconto altrui – come di solito accade – ma in prima persona.

di Roberta Ferraresi

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