Un “Re Lear” diverso a firma di Jan Klata

Cosa si può fare oggi dei classici? Cosa possono ancora dirci, cosa trasmettere dal loro tempo lontano a un presente in sempre più rapida mutazione? Cosa di essi rimane di vivo e potente per l’arte, la scena, il pubblico?
Molti dei maestri internazionali della regia contemporanea hanno provato a rispondere, ciascuno a proprio modo, a simili domande. Non ha fatto eccezione il polacco Jan Klata, alla Biennale con un Re Lear (in prima nazionale) riadattato e riletto in modo inedito.
La strada battuta da Klata sembra sensibilmente diversa dalle strategie correnti, da quelle tattiche registiche che siamo abituati a riconoscere nella riscrittura in chiave contemporanea dei grandi classici del teatro occidentale.

Se, di solito, si individuano temi di forte impatto, già saldamente presenti nei testi di partenza (tragedia greca, barocco europeo, dramma borghese o altro), per rilanciarli a un presente a cui – almeno in apparenza – sanno ancora parlare, in Król Lear i nuclei tematici shakespeariani sembrano scarnificati, ridotti all’osso, rimasticati ed eliminati se superflui. Del Lear resta infatti la sola struttura drammaturgica, la cosiddetta “fabula”: il re vecchio e stanco, l’eredità spartita fra le figlie, la loro – in diversi sensi – inadeguatezza, la follia, la fine.

Sembra restare poco e nulla del contrasto generazionale, dell’immobilità del potere a fronte di un’incapacità di governare ma anche di una gerontocrazia che nei fatti non vuole lasciare il posto a chi viene dopo, dell’impossibilità di raccogliere un’eredità, delle conseguenze dell’abdicazione, delle ipocrisie ruffiane di Regan e Goneril, della sottrazione di responsabilità di Cordelia e le verità scomode ma incomprese del Fool…  Nell’interno dorato che accoglie lo spettacolo – la scenografia seducente creata da Justyna Łagowska, anche autrice di luci e costumi -, in questo castello infestato e trafitto da passaggi segreti, intrighi e sotterfugi, di tutti quei temi c’è solo l’eco lontana di un momento di crisi che nessuno sa come affrontare.

foto M. Hueckel
foto M. Hueckel

Allora, il pensiero si rivolge a quello che secondo Klata è oggi l‘unico centro di potere assoluto, sancito per investitura divina: la chiesa cattolica. Il luogo di riferimento per l’ambientazione dello spettacolo è il Vaticano – anche se non in senso filologico, ma simbolico e distopico –, mentre a vestire i panni dei personaggi originali sono il papa, gruppetti di cardinali, preti e sacerdoti rigorosamente in tonaca d’ordinanza.
Quando il Lear fu messo per la prima volta in scena nel Seicento – riflette Klata in un’intervista – denunciava con lucida ferocia alcuni aspetti di un potere assoluto, divino e incontestabile, che però sedeva davvero di fronte agli attori: davanti al Lear (probabilmente) di Burbage e al Fool (forse) di Robert Armin: “a pochi metri da loro era il vero re”, sottolinea il regista, Sua Maestà Giacomo I d’Inghilterra. “Oggi chi può rappresentare un potere del genere?”, si chiede il regista: e una simile prospettiva cambia tutto rispetto alla percezione, alla comprensione, alla potenza del dramma.

Al centro di Król Lear, però, l’elemento portante è ancora un altro: il senso di un disfacimento progressivo e inarrestabile, di una perdita di controllo ingovernabile, di una caduta e di un’impotenza assoluta – temi peraltro presenti nel testo shakespeariano – sono qui legati all’assenza radicale, totale, anche fisica del potere.
Il Re non c’è: rimane la sua voce off, qualche foto proiettata ai lati della scena, e naturalmente la strana tensione con cui gli attori si rivolgono a questa intensa presenza-assenza. La scelta è stata determinata dalla recente scomparsa dell’attore che interpretava quel ruolo (Jerzy Grałek) e dalla volontà del regista di voler comunque portare avanti le repliche, senza sostituirlo.
Il Lear di Klata si arricchisce, dunque, della dimensione di un vuoto “scenico”, che rimanda al vuoto sociale, culturale, anche spirituale, del potere in epoca contemporanea.

foto M. Hueckel
foto M. Hueckel

Nella versione di Klata, la fabula del Lear è interpolata, lungo l’intera messinscena, dalla presenza di altri livelli di regia o, meglio, dalla relazione con altri codici e linguaggi, la cui azione è massicciamente amplificata; mentre la drammaturgia della parola, pur continuamente presente, rimane un po’ in disparte, basata su un testo ridotto, compresso, a volte difficile da seguire in tutte le sue implicazioni.
Un primo piano di corto circuito è quello sonoro, che da un lato, nella scelta delle musiche, spazia dalle grandi hit del pop al frastuono invasivo della techno (momenti dance inclusi) e che, dall’altro, si esprime nell’esplorazione di un’ampia gamma vocale da parte dei bravissimi attori (il testo è attraversato da accelerazioni, riverberi, suoni altri come le urla o quello del vento).

Poi c’è un livello che si potrebbe definire degli “effetti speciali” da palcoscenico. Una serie di trucchi teatrali, anche affascinanti: idee sceniche che strappano un momento di sorpresa, gag attoriali che contrappuntano la densità del testo shakespeariano e lo svolgimento del dramma. Il tutto, affrontato con un gusto espressionista, che sfiora il grottesco, l’eccesso.
Infine, ultima ma non certo per importanza, c’è la dimensione visiva: preponderante, potente, assolutamente primaria in Król Lear. La regia di Jan Klata esprime su questi frangenti un’attenzione e una cura nella creazione di immagini di grande impatto visivo che spesso prendono il sopravvento sul resto dello spettacolo, centri di energia scenica – anche questi creati grazie a interpreti generosi e instancabili – che in fin dei conti potrebbero diventare i nuovi nodi della partitura drammatica del testo di Lear (dalla minuta coreografia della processione iniziale alle movenze del Fool, alla struggente immagine finale di un “fiore” di cardinali in cerchio).

foto M. Hueckel
foto M. Hueckel

La storia di Lear è oggetto di interpolazioni linguistiche che, nel complesso, sembrano mirare a recidere il legame consolidato fra il segno e il suo significato, l’azione del dramma e la sua interpretazione convenzionale; e, quindi, essere orientate a lasciar immaginare per il testo shakespeariano nuove opportunità di senso, inaspettate. Certo non facili da afferrare, continuamente nascoste ed evocate, interrogate dalla regia anche in “lingue” diverse, fra suono, immagine e performance viva degli attori.

di Roberta Ferraresi

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