Il dramaturg fra Italia e Europa

Uno spettro si aggira per l’Italia: è il dramaturg.
Attivo in tutta Europa, da noi a stento si fa vedere.
In principio, si sa, furono Lessing e Goethe, e forse per questo, nel Belpaese dei capocomici, la tradizione di un mestiere complesso e vitale non si è radicata.
In Italia preferiamo scegliere: o il testo “classico”, sacro e inviolabile, oppure il “regista-autore”, che passa allegramente dalla cosiddetta “scrittura scenica” alla sistematica riscrittura alla creazione vera e propria. La mia è una generalizzazione grossolana, me ne rendo conto, ma (temo) non troppo distante dalla realtà.
Il regista, insomma, preferisce spesso fare tutto, e da solo.
Nella grande, eterna (e sterile) battaglia tra teatro mainstream e teatro di ricerca, in Italia i ruoli si sono troppo cristallizzati.

Nel primo ambito, il regista deve dimostrare di essere in grado di gestire un testo (il titolo, il classicone, appunto), un gruppo di attori non troppo eccentrici – tra cui ultimamente non può mancare la “star” cinematografica o tv – e soprattutto di fare botteghino.
Nell’altra prospettiva, il regista deve avere il suo “gruppo”, girare per circuiti marginali o festivalieri, fare quindici debutti l’anno tra studi, prove aperte, tappe e residenze; e soprattutto deve essere “originale”.

Non mancano, ovviamente, gli Autori, i drammaturghi a tutto tondo (e ben fa la Biennale teatro a dedicare molto spazio a questo filone di indagine, ospitando solo quest’anno maestri come Ravenhill, Crimp, Stephens, Voigtländer) e in Italia ne abbiamo di bravi e bravissimi: peccato che non vengano messi in scena, se non rarissimamente. Preferiamo dodici versioni de La Tempesta a un titolo di autore italiano vivente (ma questa è, come dicono nei film, un’altra storia).

Che c’entra tutto questo con il Dramaturg?
C’entra, eccome. Intanto perché nei paesi di lingua tedesca, questa figura di consigliere letterario, di interlocutore ferocemente attento al lavoro del regista e dell’ensemble è qualcuno che porta una esperienza in più, una prospettiva in più sia nel rapporto con il testo (classico o contemporaneo) sia nel rapporto con il palcoscenico, e dunque con la città.

Il dramaturg, di solito, lavora “nel” teatro e “per” il teatro di riferimento.
Questo implica tante cose: anche e non ultimo il fatto che una struttura teatrale si doti di professionisti stabili, e che una istituzione culturale qual è un teatro si preoccupi di “mediare” tra il cittadino-spettatore, ovvero la comunità, e l’artista-regista.
Ma il dramaturg, ovviamente, è anche altro: adattatore, traduttore, spesso autore e alter ego del regista nell’allestimento, segue le prove, collabora ai progetti creativi, suggerisce e consiglia la linea artistica del teatro.

C’è un bel libro, del compianto Meldolesi con Renata Molinari, che si intitola proprio Il lavoro del dramaturg e racconta soprattutto la bottega, il mestiere, la pratica e la prassi di questa via alla drammaturgia.
In Italia, comunque, non mancano casi molto interessanti: tra i registi-autori non pochi potrebbero essere considerati anche “dramaturg” (penso a Marco Martinelli, ad esempio); e non mancano registi che si affiancano sempre dramaturg professionisti, come fa Antonio Latella – che pure è ormai “adottato” dalla Germania.
E così, possiamo “vantare” anche noi ottimi dramaturg nostrani: solo per citarne alcuni, da Renata Molinari, antesignana del settore, a Gerardo Guccini; da Magdalena Barile e Luca Scarlini, a Linda Dalisi, Ken Ponzio e Piersandra Di Matteo.

Di tutto questo, e di molto altro, si parlerà con Eva-Maria Voigtländer, dramaturg dal percorso davvero eccezionale, attiva nei maggiori teatri di lingua tedesca e collaboratrice storica di alcuni tra i più importanti registi europei.
Partendo proprio da una domanda basica, che troppo raramente ci poniamo: quando un testo funziona? E perché funziona?

di Andrea Porcheddu

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