Parole d’artista: Jan Klata | talk

«Dopo il 1989 c’è stato un momento difficile per il teatro in Polonia. Ero giovane e le modalità di creazione degli spettacoli teatrali durante il regime non era per me attraente, ma allo stesso tempo non emergeva niente di nuovo.
C’è stato chi ha provato a importare delle novità dall’estero, per esempio la drammaturgia britannica degli anni Novanta, ma per la Polonia era troppo presto. All’epoca non avevo problemi coi concerti, con la letteratura, col cinema stranieri – solo col teatro. Così ho smesso di andare a vedere spettacoli e mi sono iscritto all’Accademia, tutto è cominciato da lì»

«Non ho mai incontrato Grotowski e ho visto solo uno spettacolo di Kantor, ero bambino ed è stata per me una delle esperienze teatrali più forti. Comunque, non ho avuto contatti diretti con loro.
Mi piace guardare i loro lavori in video. Ho un approccio da youtuber, del XXI secolo, e così sono teatri che per me funzionano in modo – diciamo – “mediato”.
Grotowski è un riferimento molto importante e penso che tante opere innovative di Kantor debbano ancora essere comprese, digerite. Ad esempio, qualsiasi teatro – per usare le sue parole – è un “teatro della morte”»

«I miei maestri non vengono dal teatro, ma dalla musica. C’è una sorta di “benedizione” nel mio nome: Jan Klata che significa – anche se non in modo strettamente letterale – “Giovanni Gabbia”, cioè John Cage»

«Ho l’onore di dirigere il luogo più sacro del teatro polacco, lo Stary Teatr, che risale al 1781, un teatro molto conservatore in una città di “menti chiuse” (per usare le parole di Allan Bloom). Questo rende la posizione dell’artista più difficile, ma allo stesso tempo più interessante – è importante avere dei nemici da combattere»

«Nel 1606, quando Shakespeare ha scritto Re Lear, sapeva che gli attori si sarebbero trovati davanti un vero re, Giacomo I, che avrebbe guardato un re impazzire insieme al resto del pubblico. (…) Non è facile oggi trasmettere questa figura radicale, serve qualcosa che tolga similmente il fiato. C’è solo un’istituzione oggi che detiene un potere assoluto, eterno e di investitura divina: la chiesa cattolica»

 

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