Parole d’artista: Eva-Maria Voigtländer | talk

«Quello del dramaturg è un lavoro difficile da descrivere.
È una sorta di “testa d’uovo” del teatro, profondamente legata al teatro tedesco, che è molto finanziato e ha una tradizione di ensemble fissi, di repertorio e di pianificazione delle stagioni. Proprio questo è uno dei compiti principali del dramaturg: il rapporto fra il regista e l’attore, l’individuazione del nostro target, la riflessione su che cambiamento vogliamo proporre alla società contemporanea.
Poi c’è tutta la parte del lavoro concettuale, in relazione alla regia, alla scenografia, ai costumi; si tratta di sviluppare una pièce, cercare di leggere un’opera e interpretarla insieme.
Alla figura del dramaturg, come vedete, appartengono tantissime sfaccettature».

«Per diventare dramaturg non c’è un percorso formativo predefinito. Certo avere una laurea in scienze sociali e dello spirito è una buona base di partenza, perché il lavoro ha a che fare con queste dimensioni.
Esistono anche dei master, dove fra l’altro insegno. Ma il teatro è arte, nel senso di artigianato, ed è difficile riuscire a comprenderlo nei percorsi universitari tradizionali. Io ho imparato sul campo. Si impara facendo, provando, nell’esercizio».

«La letteratura teatrale tedesca è uno strumento dell’Illuminismo, del bello e del vero, una tradizione in cui lo spettatore deve riflettere e dove occorre dire qualcosa di sensato, un messaggio.
Ho amato molto alcuni autori di questa tradizione: Kleist, Schiller sono stati per me grandi maestri. Penso che la tradizione vada tutelata e protetta, sicuramente non dimenticata, ma bisogna anche saperla affrontare in maniera libera».

«La prima cosa che faccio quando leggo un nuovo copione è una cosa che ha a che fare con me stessa, “egoisticamente” parlando: cosa significa per me, di cosa mi parla?
Poi, con i miei assistenti facciamo una grandissima ricerca: nessi, trait d’union anche di carattere storico; immagini, immagini, immagini, mettiamo a soqquadro i cataloghi; leggiamo molto e ci documentiamo su tutto. Ma rimane che sono io la prima a leggere quel testo, come persona, e penso sia giusto così».

«Le tragedie classiche sono ancora sostenibili, gli individui sono tuttora capaci di sopportare i destini tragici. Credo che anche oggi ci siano delle situazioni veramente tragiche nel senso autentico, antico del termine. Se proviamo ad ampliare il nostro sguardo, potremmo vedere come la tragedia sia una forma assolutamente adatta al nostro tempo».

«Il mio obiettivo al workshop era creare in questi pochi giorni un collettivo, una sorta di “famiglia” teatrale.
Grazie alla serietà e alla autorevolezza, all’onestà e alla franchezza di tutti abbiamo parlato dei nostri ruoli e professioni, dei nostri desideri; soprattutto, di quello che vogliamo per un nuovo teatro per le giovani generazioni. È per questo  che credo che i workshop siano molto, molto importanti».

 

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