Parole d’artista: Christiane Jatahy | talk

«Sia il cinema che il teatro fanno parte del mio percorso. Ma in Julia e in E se elas fossem para Moscou quello che mi interessava era come proiettare la finzione nella realtà. È un approfondimento della possibilità di coinvolgere lo spettatore nella scena. Credo che il punto focale di tutto il mio lavoro sia il pubblico»

«Quello della telecamera è un ruolo molto importante nello spettacolo: ciascuna ha il nome di un personaggio dello spettacolo. Quella di Irina è la telecamera – diciamo – documentaria, che registra tutta la storia. Quella di Maria è quella del direttore della fotografia, tanto che lei si innamora del cameraman; è per lei un modo per guardare al di là, fuori dalla scena, verso il pubblico. Quella di Olga infine è una camera fissa, sul treppiede, che ha piani più aperti, è l’unica che vede tutta la casa per intero.
L’intera costruzione della scena dunque ha una forte impostazione drammaturgica»

«L’artista parla di ciò che è essenziale, di quello che ci muove. Venendo da un altro Paese e avendo una cultura, una formazione e una emotività diverse, rifletto molto su come quello che faccio possa toccare le persone in modo differente.
Quello che mi impressiona di E se elas fosse para Moscou è che non ha frontiere, emoziona sempre ogni pubblico.
Potrei dire che la ragione per cui faccio teatro è che mi piace vedere le emozioni degli altri»

«Non sottovaluto mai lo spettatore, so che può sempre aggiungere qualcosa all’opera. Non voglio manovrarlo, ma avvicinarlo, perché così si potrà sorprendere.
C’è da aggiungere che il lavoro degli attori non finisce mai con la premiere, ma continua anche dopo. E questo vale anche per lo spettatore. In questo senso è molto importante aprire spazi di libertà per entrambi»

«Per me, esistono molte “Mosca”.
Quando ho iniziato a lavorare allo spettacolo, si trattava di qualcosa di molto personale, legato alla mia vita privata. Oggi non è più così e – pensando anche alla situazione brasiliana attuale – penso abbia una valenza più politica.
Dobbiamo ricordarci che siamo in un’epoca di grande cambiamento.
C’è una domanda che mi faccio sempre: cos’è che cambia quando le cose si stanno trasformando?»

«Non parto dall’idea della creazione del personaggio. È una maschera trasparente che non nasconde, ma rivela la persona che c’è dietro di essa. La personalità degli attori è molto importante. Anche in questo caso, però, non c’è un intento documentario, ma si tratta di scoprire quella linea che parte dal personaggio e arriva all’attore.
Un’altra questione centrale: lavorare sul qui-e-ora. I miei attori partono più da reazioni che dalle azioni in scena, rispondono, usano quello che succede e se ne lasciano modificare.
Infine, anche il lavoro dell’attore consiste sempre nel costruire ponti, nel superare le frontiere»

 

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