Jatahy e il racconto della vita che scorre

Piove a Venezia, e il cielo già preannuncia un autunno prossimo a venire.
Ed è forse il clima più adatto per scrivere di E se elas fossem para Moscou?, il capolavoro che Christiane Jatahy ha presentato alla Biennale. Non è esagerato usare quel termine: capolavoro.
Lo spettacolo della regista brasiliana è un punto fermo, importante, non solo per questi anni, ma nella lettura – e dunque nelle possibili “attualizzazioni”, anche se il termine è brutto consentitemelo – di Tre sorelle, e dunque di Cechov.
Quasi come, oramai venti anni fa – era il 1994 –, Louis Malle aveva rinnovato il rapporto tra lo scrittore russo e cinema con Vanja sulla 42esima strada, oggi con Jatahy si tocca una nuova, imprescindibile, tappa di cui non potremo non tenere conto, scenicamente paragonabile al primo Strehler, alle Tre sorelle di Nekrošius, al Gabbiano di Tomi Janežič e a pochi altri lavori…

Cosa ha di speciale “Moscou”? Innanzi tutto la struttura.
Lo spettacolo è diviso in due parti, due blocchi complementari, che possono essere vissuti dallo spettatore nell’ordine che preferisce. Una parte è eminentemente teatrale, con le attrici e gli attori in scena, a interpretare la versione (tagliata, interpolata, radicalmente reinventata) di Tre sorelle.
Co-protagonisti dello spettacolo live sono delle videocamere che riprendono tutto e trasmettono in diretta un vero e proprio film.
E questa è l’altra parte: mentre in una sala il pubblico assiste allo spettacolo, in uno spazio adiacente, un altro gruppo di spettatori vede quel “film” che si sta facendo in tempo reale.
Si capirà, anche da questa veloce descrizione, come “Moscou” sia un piccolo gioiello di tecnologia non invasiva, di dialettica arguta tra teatro e cinema, di recitazione declinata su media diversi.

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Dunque bene, benissimo: ma una descrizione asettica non basta per far capire perché si possa parlare di capolavoro.
Per spiegare, allora, bisognerebbe raccontare di esperienze individuali, di un clima intimo, di suggestioni, di quegli impalpabili e struggenti sentimenti che Cechov soffia tra le sue battute.
Per quel che mi riguarda, ho visto prima lo spettacolo e poi il film, dunque di questa sequenza vi racconterò.
La scena teatrale è un set. Pareti mobili di un interno borghese, nemmeno sfarzoso, un fondale dipinto, un divano, un tavolo e le solite cose di casa con poche eccentricità: una batteria, una chitarra elettrica poggiata in un angolo e, dietro la vetrata, una vasca trasparente in plexiglass, in cui si tuffa – aprendo l’azione – Maria (ossia Masha dell’originale).

È il compleanno di Irina, festeggia venti anni: l’anno prima, nello stesso giorno, era morto il padre. Olga, la più grande, la più seria, ha preparato tutto. E gli invitati alla festa, oltre al fratello Andrea, al prestante Veršinin, saranno gli spettatori: invitati a brindare, a mangiare la torta, a ballare assieme ai protagonisti. Elegantemente – e intelligentemente – Jatahy spazza via tutta la retorica dello spettatore “emancipato”, ma tiene dentro, coinvolge (e poi sottrae) il pubblico, nel modo più naturale possibile. Intanto, durante la festa Maria flirta con Veršinin, Irina svela la sua tendenza auto-distruttiva, Olga si scontra con il tempo che passa…

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Ma la trama la sappiamo, no?
Non è quel che ci interessa: ci rimane nel cuore il racconto dei sogni infranti, delle illusioni, delle rivendicazioni, delle frustrazioni, degli amori persi e sperati, dell’affetto, della sorellanza, dell’ansia di fuga.
A Mosca, dice Irina: occorre cambiare, cambiare tutto. Ma cosa cambiare? Come? “Quanto è difficile cambiare” dice una delle sorelle.
Jatahy ha scelto di stringere la morsa attorno a questa domanda, che è individuale e collettiva – non a caso Irina evoca le Pussy Riot, i dimostranti di Rio – ed è uno dei nuclei ribollenti di Tre sorelle.
Lo spettacolo attanaglia lo spettatore in queste domande, in questi dubbi; nella voglia e nell’impossibilità di agire. Lo struggimento, il languore, la rabbia e il dolore sono sintomi, non cause, di quell’immobilità tutta cechoviana: e il futuro, sognato, atteso e temuto, è solo una chimera, una medaglia farlocca con cui consolare la (nostra) disperazione.

Sono straordinarie le tre interpreti: Isabel Teixeira (Olga di rara intensità); Julia Bernat (potentissima Irina, vista anche l’anno scorso in Julia, l’attraversamento di Signorina Julie di Strindberg) e Stella Rabello (commovente Maria).
Sono loro a tessere tutto, a tenere viva l’amara festa di esistenze troppo in fretta bruciate.

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Poi, dopo una pausa di un’ora, si entra nella sala accanto.
Una gradinata e un grande schermo. Loro, le tre attrici, di là ricominciano lo spettacolo. Ma noi vediamo un’altra storia, diversa e simile, speculare e nuova. Sono i controcampi, i dettagli, il tempo, i dialoghi che in scena non si sentivano, gli sguardi, le prospettive a far sì che tutto cambi, e tutto resti uguale. I primissimi piani svelano lacrime non viste, paure celate: la notte da incubo diventa ancora più dolorosa, la seduzione di Maria fa ancor più tenerezza, la fragilità inquieta di Irina è ancor più disperata.
Sul finale i due piani narrativi si mescolano: le attrici appaiono in carne e ossa davanti allo schermo cinematografico per uno struggente, commovente finale. Le due platee si svelano, proiettate reciprocamente sullo schermo e sul fondale.
È una condivisione totale, è una comunione rara.
Fuori, finito lo spettacolo, si continua a parlare, a festeggiare questo lavoro. C’è chi si bacia, chi si abbraccia, chi si stringe forte. Perché la vita c’è passata accanto: l’abbiamo vista brillare e sfiorire.
Le tre sorelle si chiedono, continuamente, “Stai piangendo?” e la risposta è sempre no. Ma gli spettatori, tanti, avrebbero risposto diversamente.

di Andrea Porcheddu

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