Dal workshop di Willem Dafoe

Scrivo alla fine del secondo giorno di laboratorio guidato da Willem Dafoe qui alla Biennale di Teatro a Venezia. È l’una di notte. La giornata di oggi è stata una maratona piena di spunti. Sembra consuetudine quest’anno. Ogni sera, ogni giornata una scoperta, qualcosa di nuovo da mettere nella cassetta degli attrezzi.

Siamo a metà strada del Laboratorio per attori professionisti guidato dall’attore statunitense Willem Dafoe, classe 1955, all’attivo oltre 80 pellicole e collaborazioni con registi come Martin Scorsese, Lars Von Trier, Oliver Stone, Wes Anderson, Werner Herzog, Spike Lee solo per citarne alcuni.
In sala con lui non c’è tempo per le presentazioni, veniamo subito trascinati nelle grazie del gioco, del fare. Quasi ci si dimentica di essere in una delle sale più belle d’Italia: le sale Apollinee del Teatro la Fenice di Venezia. E ci si dimentica pure di stare in sua presenza. Quest’uomo riesce a creare un’atmosfera dove sembra tutto naturale, ovvio, giusto, umano. 15 attori e 4 uditori tutti di background e nazionalità diverse; piccolo warm up di 45 minuti, due minuti e mezzo di colloquio individuale privato col maestro e poi via.

Ognuno di noi pesca dal sacchetto un numero e si comincia.
Potrei raccontare effettivamente quello che abbiamo fatto durante queste 10 ore passate assieme. Potrei raccontare del primo esercizio, ricordare una canzone della nostra infanzia e cantarla di fronte a tutti gli altri oppure delle camminate in cerchio in fila indiana seguendo una linea precisa. Oltre quella linea c’è il fuoco, la morte. È richiesta presenza, partecipazione, concentrazione. Potrei raccontare dei tanti esercizi di copying: riusciamo a copiare il movimento o il suono, semplice, che un nostro compagno ci fa vedere o udire?

È incredibile vedere come sia effettivamente difficile, quasi impossibile essere fedeli a ciò che ci viene proposto e, in qualche modo, arrendersi a ciò che l’altro ci mostra. Seppur nella sua semplicità. Il salto con la corda. Mostrare la nostra migliore camminata al gruppo. Inventare una storia sul momento. Raccontare bugie, il numero più alto di bugie possibile. Perché dice Willem, si cela una verità molto più profonda nell’abbracciare la più evidente finzione e artificialità che nel naturalismo più gentile, “polite”, come lui l’ha definito.

Avevamo ricevuto alcune informazioni prima di partecipare al laboratorio, ad esempio quella di preparare un testo breve sul quale lavorare. Tutti, chi più chi meno, siamo arrivati col monologo pronto. Ma pronto come solo noi attori lo sappiamo preparare. Intonazioni precise, memoria perfetta e una partitura di sorrisi charmant fra un respiro e l’altro. Ma sembra che Willem come pedagogo, o forse artista e essere umano, sia alla ricerca di qualcos’altro e non sia interessato alla trasmissione di semplici acting tools. Gli mostriamo il nostro lavoro e, nonostante i suoi apprezzamenti e la sua sempre altissima attenzione nei nostri confronti, sembra che desideri vedere da noi qualcosa di diverso.
Molto onestamente dichiara: “Non sono un insegnante”. E altrettanto onestamente dice: “Non sono interessato a lavorare con il testo in questo modo così naturalistico”.
Dietro questa affermazione c’è a mio avviso un desiderio: far fare a noi qualcosa che ci tocca profondamente, vorrebbe vederci parlare di qualcosa di cui ci importa davvero o meglio ancora vorrebbe vederci farein scena qualcosa di significativo.

È evidente il suo interesse nei confronti della performance. Cita il filosofo Manlio Sgalambro durante il workshop: “La comunicazione è per gli insetti. L’espressione è qualcosa che appartiene a noi umani”.
Ciò che rimane dell’esperienza con Dafoe è la bellezza di stare in uno spazio dove si torna alla Base. Al gioco puro. Si ha la sensazione di stare in un flusso significativo di giochi, di puro Fare, proprio come quando eravamo bambini. Personalmente è come prendere una boccata d’aria. Che cosa c’è di più importante di questo? La tecnica sì è fondamentale. È fondamentale sapere che cosa si fa in scena, quale intonazione può essere giusta, conoscere il personaggio, il testo. È importante conoscere i segreti del mestiere, sì.

Ma Willem mi ricorda la cosa più importante di tutte, per noi che siamo attori e che desideriamo essere portavoce di messaggi (ma direi un po’ per tutti quanti): ritagliare uno spazio giornaliero dove ogni tipo di sovrastruttura cade e dove possiamo davvero permetterci di esprimere noi stessi liberamente. È importante tornare sulla terra, ogni giorno. Solo il gioco, il sì incondizionato a tutto ciò che accade ci permette di essere liberi. Sulla scena, intendo. È importante allenare il muscolo della gioia di fare per fare. Grazie Willem per questo.
Ma grazie, colgo l’occasione di farlo qui anche a nome di alcune mie colleghe con cui mi sono confrontata in questi giorni, grazie infinite ad Àlex Rigola per l’opportunità, per la sua visione umana del teatro e per il suo talento nello scegliere le persone che hanno fatto e fanno parte della Biennale oggi e negli ultimi anni. Perché si sa, il teatro, come la vita, è fatto di persone. E quando sono belle succedono cose straordinarie.

di Ilenia Cipollari

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