La musica della Biennale Teatro: si ascolta, si balla e si parla, tra finzione e realtà

Alla Biennale Teatro si ascolta molta musica. E si balla, anche. Dove? In scena, ovvio.

Lo spettacolo di Christiane Jatahy E se elas fossem para Moscou?, liberamente ispirato a Tre sorelle di Cechov, ne ha dato una bellissima dimostrazione. Il palcoscenico sul quale le protagoniste, in abiti contemporanei, festeggiavano il compleanno della più giovane delle tre, Irina, si è trasformato in un dance floor che ha visto precipitarsi in scena gli spettatori, invitati a unirsi alle danze. Boys Don’t Cry dei The Cure, Freedom nella cover di George Michael, e poi la ballata rock di Satellite of Love di Lou Reed: il gruppo di spettatori è diventato il centro della visione, lo spettacolo nello spettacolo per quelli rimasti seduti a guardare. E poi, poco dopo, è stato il trio di attrici a muovere semplici passi di danza sulla melodia vintage di Little Eva e della sua intramontabile The Locomotion.

Ricca di drammaturgie costruite intorno alla figura dello spettatore e modalità partecipative di fruizione (a tal proposito si legga l’editoriale sulle “drammaturgie dello spettatore”), l’attuale edizione della Biennale Teatro ha regalato musica per le orecchie e per il corpo, durante gli Opendoors non meno che negli spettacoli. Memorabile anche se ignoto il suo titolo, il pezzo ascoltato a conclusione della performance site specific che Stefan Kaegi ha realizzato con i suoi allievi di laboratorio, all’interno delle maestose sale del Teatro La Fenice: gli spettatori-partecipanti, guidati da una sorta di fitness coach, hanno eseguito in gruppo una breve coreografia su un brano dance cinese divenuto nei giorni successivi una sorta di tormentone da mettere in riproduzione o da citare, nel tempo libero, dopo gli spettacoli.

C’è chi ama la musica al punto tale da lasciarle inghiottire la visione, con bui ripetuti e fari accesi a tempo, e c’è chi, attraverso l’amore per la musica – e il riconoscimento di altri talenti – ha compreso meglio il proprio percorso artistico da seguire: «Sono diventato un drammaturgo perché non sono mai stato abbastanza bravo per diventare una rockstar», ha raccontato tra il serio e faceto Simon Stephens (qui alcune citazioni dal talk), avvalorando l’affermazione con qualche minuto di video-proiezione di un concerto, dove a suonare c’era la sua band.

Sempre durante un talk, qualche giorno fa, spronata a fare un commento sugli allievi appena conosciuti al laboratorio, la solare dramaturg Eva-Maria Voigtländer, scherzando, ha affermato “sono degli ottimi ballerini!”. Alludeva alla spontaneità con cui la sera prima, dopo spettacolo, grazie a un po’ di musica riprodotta da uno smartphone, i suoi allievi si erano messi a ballare accanto a lei.

La Biennale Teatro è, quindi, anche questo: un luogo abitato da allievi-attori, performer, pronti a incontrarsi e confrontarsi nella musica, muoversi, esprimersi, lasciarsi conoscere. Dentro e fuori la scena, i partecipanti trascinano se stessi o si lasciano trascinare. Condividono spazi sonori oltre che fisici, nel tempo dello svago e durante il training.

I laboratori, le prove aperte, sono occasioni utili per conoscere pezzi mai ascoltati, che resteranno nel cuore. E This Sweet Love di James Yuill, brano musicale “folktronico” incrociato all’Opendoors condotto da Anne Bogart, è uno dei tanti.

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Durante la dimostrazione del laboratorio condotto da Kaegi, per esempio, gli spettatori, muniti di auricolari e in attesa di istruzioni per iniziare lo spettacolo, udivano la voce di Mina e la sua Se telefonando. La cantante viene di nuovo citata, per una strana coincidenza, all’esterno del teatro da colleghi che notavano come Parole, parole, parole, altro famosissimo brano della Tigre di Cremona, nell’inglese «Words, words, words» altro non fosse che una battuta di Amleto (Scena 2 del II atto), ritrovata per giunta nell’Opendoors del regista Oskaras Koršunovas.

Dai “classici” shakespeariani passiamo alla “classica”: non è mancata, infatti, neppure la musica classica. Se n’è avuto un assaggio nello spettacolo Bob della SITI Company di New York. Qui si ascoltavano due pilastri del classicismo viennese: Mozart, con l’Andante del Concerto per pianoforte n° 21 in do maggiore (K467) e Beethoven, con l’Allegretto della Sinfonia No. 7 in la maggiore.

E ancora, per la serie “Non riesco a togliermi questa musica dalla testa”, parafrasando la giovane Maria dello spettacolo di Christiane Jatahy, ci ricorderemo della Biennale Teatro 2016 sentendo The Roof is On Fire dei The Bloodhound Gang, altro leitmotiv musicale per chi ha vissuto questa edizione. A furia di restare in bilico tra finzione e realtà, non si è più in grado di dire se l’ascolto sia partito dalla scena oppure dalla vita.

di Renata Savo

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