Babilonia teatri: ieri che non torna

Sarebbe bello tornare a ieri. Tornare al minuto prima che accada tutto.
Fermarsi e evitare le conseguenze. Che poi arrivano. E invece andiamo avanti, come se nulla fosse, pensando che tutto sarà normale, uguale, semplice.
Ma c’è quel minuto in cui tutto cambia.
Pinocchio, di Babilonia Teatri, potrebbe essere letto anche come un lungo flashback, un tornare – sempre di nuovo – a quel momento, a quel passato che non è mai passato.
È uno spettacolo che è una trappola, che inizia come un gioco, una sorta di intervista goliardica, che slitta, divaga, diverte: piano piano presenta i tre protagonisti della scena, quei tre uomini risvegliati dal coma.
Le loro storie si intrecciano, gioco nel gioco, con la vicenda del burattino di legno. Apparentemente le cose non tornano: che c’entra Collodi?
Poi però – in un’esplosione tragica – improvvisamente tutto torna, tutto si tiene. È il sapore acre del fiato di Lucignolo, è la prospettiva grottesca del Paese dei Balocchi. È la trasformazione di uomini – o di burattini – in altro, molto altro.

Quelle tre vite non si sono fermate un momento prima: si sono schiantate contro un muro, contro un albero, contro una macchina.
I tre vivevano allegramente, come tanti, come tutti. Andavano a ballare, in discoteca, in Romagna: uno champagnino, un Rémi Martin, un rimorchio. Le notti brave, la “vita spericolata”, come non ci fosse un domani: e il domani non c’è stato. È stato altro.
Lunghi giorni di coma, e un risveglio difficile, un tornare alla vita complicato.

Pinocchio, realizzato da Babilonia Teatri con l’Associazione “Gli amici di Luca”, che si dedica proprio ai risvegliati dal coma, è un lavoro che andrebbe visto ovunque: che dovrebbe essere proposto agli adolescenti (più o meno giovani), a quelli che “sballano” per niente, a quelli che si bruciano tirando l’alba inutilmente.
Sembra non ci sia nulla, in questo spettacolo: eppure vibra, sottotraccia, la amara consapevolezza del dolore, della vita, di quel passato che ineluttabile ritorna molto più del fato.

foto Marco Caselli Nirmal
foto Marco Caselli Nirmal

Ieri sera, mentre a stento trattenevo la commozione, pensavo a una cosa scema: a un tempo verbale speciale che avevano i greci, si chiama aoristo. Per dirla grossolanamente è una forma verbale indeterminata perché ha un aspetto, come dire?, momentaneo: è però indicativo di un momento preciso del verificarsi di qualcosa. Accade allora che se, ad esempio, nell’imperfetto il presente da cui si guarda viene ricondotto al passato, nell’aoristo il passato viene ricondotto al presente, con l’effetto di pensarlo riattivato e riattualizzato. Il passato non passa, insomma. Nell’antica Grecia come oggi.

E quando uno dei tre rievoca quel “paese dei balocchi” che era la discoteca, trasformandosi– in una sequenza grottesca e dolente – in asino, allora l’orrore di quel passato ancora vivo diventa bruciante. Consapevolezza e ineluttabilità: è il destino, forse, o il fatto brutale dell’incidente. Comunque, è la tragedia, presente e viva.
Pinocchio ha scosso non poco il pubblico della Biennale Teatro, e quando le note di Yesterday sono risuonate lente, mentre i tre, seduti, esponevano grezzi cartelli con la traduzione del testo – osservati da un pinocchione in carne ossa che è specchio umano della vicenda – le parole semplici di Lennon-McCartney diventavano poesia.
Ieri non torna, le conseguenze restano.

foto Marco Caselli Nirmal
foto Marco Caselli Nirmal

È un lavoro di grande consapevolezza, questo spettacolo. Una testimonianza di vita che si fa teatro e meriterebbe certo una più ampia riflessione: dunque, dal momento che Pinocchio è da tempo in tournée, ed è stato molto ben recensito, volentieri rimando ai tanti articoli apparsi che raccontano, in modo certo più analitico, l’esperienza della visione.

Davide Di Lascio, su “Altre Velocità, scriveva nel 2012, al debutto: «Il corridoio del reparto Casa dei Risvegli dell’ospedale Bellaria si fa scena, e accoglie uno alla volta i corpi seminudi dei protagonisti. Il loro incedere è lento, faticoso, i loro movimenti sono farraginosi, trascinano con fatica il proprio vissuto e lo offrono al pubblico. Si dispongono uno vicino all’altro, in orizzontale, con lo sguardo rivolto al piano superiore del reparto, ove staziona il regista Castellani. Il pubblico non lo vede ma ascolta la sua voce che comunica con i tre protagonisti. Una delle immagini possibili che lo spettatore contempla è quella di tre uomini scampati alla morte, in attesa di sapere da qualcuno o qualcosa che sovrintende l’umana comprensione quando e come sarà possibile tornare alla vita. Il regista chiede loro di presentarsi, scandisce i loro cognomi ogni qualvolta li chiama in causa, li invita a raccontare perché somiglino più a maschere che a uomini e, come da copione, essi obbediscono, sono abituati ormai ai perimetri, ai paletti, ai “non posso”, “non posso più”. (…) Diverse musiche accompagnano i loro racconti, i loro desideri, tra queste c’è Patience dei Guns N’ Roses, ad indicare la via della speranza non solo per quel corpo che non è più lo stesso, affaticato e lento nel suo danzare, nel suo lottare, ma anche per la mente, più libera di contraddire il copione, più autonoma nell’assecondare la fantasia».

Per Roberto Rinaldi, suRumor(s)cena, lo spettacolo racconta il «ritornare nel mondo degli adulti dopo essere stati accuditi in tutte le loro funzioni vitali primarie. La storia del burattino di legno che voleva diventare essere umano, qui assume un significato esistenziale profondo: l’uomo che riscatta se stesso da una condizione di impotenza e di deprivazione sociale. Desideri, sogni, fantasie si scontrano con una società poco incline ad accettare i “diversamente abili”. La normalità è una condizione desunta da comportamenti socialmente accettati in cui viene richiesto di essere al massimo delle proprie prestazioni vitali, fisiche e psichiche».

Leonardo Mello, invece, su Drammaturgia scriveva: «Il portare la malattia a teatro, se non si ha la genialità visionaria del Pippo Delbono dei tempi di Barboni, rischia sempre di debordare nel patetico, assecondando – non per forza consapevolmente, il che è anche peggio – il sentimentalismo di chi attua e di chi osserva. Ebbene questo rischio Pinocchio non lo corre mai, forse anche grazie alla sua particolare struttura, che vede Enrico Castellani nei panni (nascosti, perché se ne sta in cabina di regia, e si sente solo la sua voce) di intervistatore/conduttore e i tre “attori” in quelli di “intervistati”. Come di consueto, non c’è interpretazione né recitazione, solo domande poste con controllata ironia, e risposte che svelano progressivamente le storie personali di chi sta in scena (…) Il personaggio di Collodi – cui il “copione” continuamente rimanda – sta a simboleggiare il passaggio da un tipo di esistenza a un altro, e rende perfettamente l’idea della differenza siderale tra il presente e “l’altra vita”, quella precedente al trauma subito. Attraverso questi tre corpi seminudi, dolenti, segnati, diversi per età e vissuto ci vengono narrati altrettanti presenti fatti di sofferenze, sogni, ricordi, desideri».

Andrea Pocosgnich, su Teatro e Critica, raccontava così la sua esperienza di spettatore: «E allora cosa tiene la tensione alta tra gli spettatori facendoli sorridere ed emozionare quando la tragedia viene raccontata? Cinicamente verrebbe da rispondere che alla base dell’accettazione del pubblico ci sia proprio il coraggio con il quale i protagonisti di queste storie di risvegli post coma affrontano la propria vita. Sono lì sul palco davanti a noi non solo a raccontare (in maniera ironica e grazie al dispositivo teatrale in modo distaccato) le proprie vicissitudini, ma anche – forse involontariamente – a ricordarci la nostra fortuna: in quella macchina non c’eravamo noi, come non eravamo alla guida di quella moto. Non ci siamo svegliati dopo mesi di coma con i muscoli atrofizzati e la parola incapace di interpretare i pensieri con la velocità e il rigore fonetico a cui eravamo abituati. È una stretta al cuore: la vita prima dell’incidente, la giovinezza rubata, la prima parola detta».

Infine, per chiudere questa breve e certo incompleta rassegna stampa web, ecco un estratto dell’articolo di Massimo Marino su “Doppiozero.
«La commozione forte, quella che ti stringe un nodo alla gola, viene continuamente trattenuta dall’ironia nel Pinocchio di Babilonia Teatri. Il tono è drammatico e sorridente, come nelle vere favole. Della storia di Collodi rimane in un canto della scena un attore-macchinista col lungo naso posticcio, Luca Scotton, e ci sono tre “burattini”, persone che si muovono con qualche difficoltà, claudicanti, spezzate da un colpo della vita e non perfettamente ricomposte.
Sono andati in pensione giovanissimi, ma non sono falsi invalidi. Rievocano di come un platano o la nebbia abbia attraversato loro la strada, di come siano stati trovati riversi contro un cassonetto, gli incidenti che li hanno portati in coma, sospesi nel buio come Pinocchio al ramo della grande quercia, come Pinocchio nel ventre del Pescecane in un antro oscuro in fondo al quale si intravedeva appena una fievole luce… Corpi trasformati in altri corpi, estranei, come come Pinocchio pupazzo di legno, come Pinocchio ciuchino, risvegliatisi dopo tanto tempo, in modo lento (…). “Ieri” è la parola che fa scattare il rimpianto, la memoria, lo strazio, in una intensa scena muta sotto la musica di Yesterday, con il testo affidato a cartelli, perché la voce non riesce a pronunciarlo. “Mi sembra di essere un fantasma, dopo due mesi di coma… Il fantasma di ciò che ero”. Si espongono ora con parole dirette, scabre, queste persone ferite, trasformate in ottimi attori che recitano, rievocano se stessi, per tornare a vivere».

di Andrea Porcheddu

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