Dal laboratorio di Declan Donnellan

Al workshop tenuto da Declan Donnelan partecipiamo in una ventina, tutti attori (e qualche regista in incognito) provenienti da Spagna, Romania, Austria e Italia. Si lavora sul Macbeth di Shakespeare.
Prima dell’inizio del lavoro in coppia, abbiamo ricevuto l’indicazione di preparare una scena a scelta dal testo da studiare nella nostra lingua; ma il tema, lo sappiamo tutti, è la recitazione.

All’inizio eravamo tutti un po’ emozionati, intimiditi all’idea di lavorare con l’autore de L’attore e il bersaglio, testo culto per tutti i teatranti, il più grande regista contemporaneo delle opere del Bardo, fresco di Leone d’Oro alla carriera. Declan, però, da grande pedagogo, ha subito allontanato il rischio di un’atmosfera formale, creando un clima di lavoro protetto, orizzontale.
Spesso ci sediamo in cerchio e lui, con l’aiuto di Nick Ormerod, suo compagno e partner artistico ci introduce al “vocabolario” della sua concezione di recitazione. Niente di programmatico, di sequenziale, ma un insieme di riflessioni sul lavoro dell’attore, sulle sue paure, sui suoi blocchi. Che non vanno necessariamente “capite”, vanno ascoltate, messe alla prova. È un vocabolario nuovo con cui familiarizzare.

Declan non si risparmia: la sua generosità è debordante ed è commovente la sua gentilezza, la sua pazienza, la voglia di trasmetterci la sua visione del teatro.
Le sue parole sono “illuminanti”, viene da pensare in continuazione.

Ogni mattina un partecipante guida un riscaldamento collettivo mirato a sciogliersi ad entrare in contatto (fisico) con gli altri e a creare fiducia nel gruppo. Alla prova delle scene si alternano esercizi, racconti, aneddoti, storie tratte dall’esperienza quotidiana, mai gratuite però, perché il punto è sempre mettere l’attenzione sulla vita, sulle sue contraddizioni, con lo sguardo privilegiato di chi può vedere l’esistenza per quello che è, senza sentimentalismo, senza la pretesa o l’obbligo di arrivare a una “verità”.

“In principio non era il verbo” ma il corpo e il respiro; si tratta di scoprire come accorgersi dell’acqua che permette al pesce di vivere, cioè all’attore di stare in scena. La sensazione è quella di trovarsi di fronte a qualcosa di molto semplice e, contemporaneamente, incredibilmente complesso: il teatro, la sua essenza. La consapevolezza di avere la fortuna di poter ascoltare e vedere all’opera un vero grande maestro.

 

di Giorgio Sangati

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