Tre giorni per incontrare Christiane Jatahy

Tre giorni sono pochi per un workshop ma la sensazione che in molti abbiamo avuto con Christiane Jatahy, è stata che la densità del tempo fosse come raddoppiata e che le cose fatte, in condizioni normali, avrebbero richiesto almeno una settimana.
Il primo giorno, Christiane ci ha parlato del suo lavoro e dei nuclei centrali della sua ricerca sui rapporti possibili tra linguaggio cinematografico e linguaggio teatrale. È stato un racconto fitto, complesso ma estremamente concreto. Un dialogo in cui le nostre domande e suggestioni aprivano nuovi punti di vista sulla sua poetica.

Christiane aveva sempre vicino l’orologio e come il coniglio bianco di Lewis Carroll, ripeteva che non c’era tempo e che bisognava andare avanti. Una sola richiesta ci ha fatto e riguardava il pranzo: restare a mangiare tutti insieme in sala prove. Dieci minuti, non di più, per non rubare tempo al lavoro, ma dieci minuti insieme. Poi è cominciata la parte pratica.

Il compito per tutti era di realizzare un teaser di cinque minuti per ciascuno, una pillola di un progetto, scegliendo tra tre possibili modalità: realizzare un video, oppure una commistione tra video e teatro, oppure un pezzo teatrale senza video ma in cui il linguaggio cinematografico fosse presente.
Il “dispositivo di creazione” comprendeva altre consegne da rispettare, tra cui la presenza di un “provocatore”. Ognuno di noi avrebbe estratto a sorte il nome di un compagno che sarebbe stato l’unico del gruppo a conoscere il progetto. Il suo compito era quello di fare domande, dare suggerimenti, esprimere dei dubbi. Aiutarci, insomma, a rendere più efficace la nostra pillola.

Il primo giorno abbiamo iniziato il dialogo con il provocatore, in modo da organizzare la realizzazione pratica del teaser che si sarebbe svolta il giorno seguente.
Avevamo a disposizione videocamere, videoproiettore, monitor, computer, il tecnico Puccio per qualsiasi tipo di lavoro di editing video, potevamo chiedere ai nostri compagni di aiutarci, di interpretare dei ruoli, potevamo anche coinvolgere persone esterne al laboratorio.
Ovviamente c’è stato un po’ di sgomento tra noi, anche perché in molti non avevamo mai realizzato un video prima. Qualcuno ha temuto di non farcela e ha espresso il desiderio di tirarsi indietro ma Christiane ci ha ricordato che non eravamo lì per il risultato ma per il processo creativo e che in una giornata sarebbe stato impossibile per chiunque fare un lavoro “bello”, quindi non aveva senso preoccuparsi. L’importante era sperimentare. Fare proprio quello che non avevamo mai fatto. Lei era lì per aiutarci. E alla fine tutti abbiamo deciso di buttarci.

Il secondo giorno è stato tutto pratico: chi girava una scena da una parte, chi editava un video dall’altra, chi imparava a memoria dei testi, tutti eravamo coinvolti nei lavori degli altri, tutti eravamo il provocatore di qualcuno, tutti avevamo una pillola da realizzare. Siamo rimasti a lavorare ben oltre l’orario chiusura.

L’ultimo giorno avevamo una scaletta svizzera da rispettare per mostrare le pillole una di seguito all’altra, con al massimo cinque minuti di preparazione per ciascuna. Bisognava posizionare di volta in volta i dispositivi tecnici nello spazio, spostare il pubblico a seconda delle esigenze, preparare gli oggetti di scena… È stata una giornata piena di adrenalina e di stimoli. Nonostante avessimo avuto le stesse consegne, tutte le proposte sono state radicalmente diverse tra loro e sorprendenti. Alla fine ne abbiamo parlato, insieme. Ogni proposta poteva essere analizzata per cinque minuti. E ogni volta Christiane era un fiume di riflessioni, poi guardava il cronometro, “mi dispiace, dobbiamo andare avanti”. Alla fine è rimasta con noi più del previsto, arrivando in ritardo alle prove del suo spettacolo che debuttava un paio di ore dopo.

Ci siamo salutati la sera, alla fine di E se elas fossem para Moscou? in uno stato di esaltazione collettiva.
Christiane ha modi gentili, un pensiero profondo e complesso che insegue con parole precise, ha scoppi improvvisi di riso che la illuminano. Ha la delicatezza dell’ascolto e una potenza creativa e artistica deflagrante.
Ci siamo salutati con la sensazione che tre giorni fossero stati troppo pochi. Eppure, lasciarsi con la voglia di averne ancora, è forse il modo migliore per prepararsi al prossimo incontro.

di Marta Cuscunà

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