Dal workshop di Eva-Maria Voigtländer

Ho da pochi giorni partecipato al workshop di Eva-Maria Voigtländer.
Avevo fatto domanda per questo seminario perché mi incuriosiva la figura del dramaturg ed essendo un’attrice-autrice, immaginavo di poter essere notevolmente nutrita dal lavoro che sembrava proporre.

Arrivo quindi convinta che lavoreremo sulla composizione, che passeremo ore a scrivere ininterrottamente, spronati da chissà quali rocamboleschi ed astuti esercizi per stimolare il processo creativo, immersi nelle isolette felici dei nostri quaderni e tablet. Mi vedo già nuotare in una sequenza di “streams of consciousness” che solitamente poi non ti abbandonano nemmeno di notte, complice lo straniamento veneziano. E mi pregusto questo piacere dello spazio privato che la scrittura può essere, specialmente per un attore, abituato a dover sempre essere di tutto e tutti.
Per scelta s’intende, ma le vacanze piacciono sempre!

Il malinteso invece, nonché l’illusione, si rivela totale. Fin dal primo giorno la nostra Eva, con un entusiasmo tutto tedesco, ci obbliga a delle personali e molto dettagliate presentazioni, nelle quali noi – stretti in cerchio – ci gettiamo increduli, come trascinati l’uno dall’altro. Aleggia un senso di smarrimento condiviso ma non verbalizzato, ci accorgiamo di essere stati scelti con competenze fin troppo diverse e provenienze geografiche e culturali ancora più distanti. È tutto molto bello, ma siamo qui per scrivere insieme

Forse no. Non solo. Eva, che ci aveva preparati a lavorare su Ibsen, lo degna appena di qualche frase. Accenna a tecniche per individuare temi e ritmo di un componimento classico e perfetto, come può essere appunto Spettri. Ma lo abbandona subito.
Vuole invece che stiamo insieme. Che ci guardiamo, che in quattro giorni diventiamo una “famiglia” in grado di partorire un Manifesto.

Ci chiede di creare una prima scena, subito, divisi in gruppi, che sia scritta o agita direttamente – a noi la scelta, non ha importanza – e una volta eseguito questo primo compito ci domanda solo e sempre di descrivere. Raccontare, con dovizia di particolari quello che abbiamo visto e non quello che abbiamo sentito. Ci porta per mano ad osservare, pretendendo una partecipazione sempre più puntuale, che sappia rendere conto delle sfumature, dei dettagli che emergono man mano che lavoriamo insieme descrivendoci e sembrano sbocciare come da dentro una matrioska, sempre più piccoli e profondi.

Non vuole giudizi, solo osservazione. Non il racconto della nostra esperienza emotiva ma la testimonianza attenta, sebbene difficilmente oggettiva. La convivenza risulta piuttosto difficile, il gruppo è pieno di personalità forti e molto varie, anche le lingue e i “dialetti” sono troppi. La bravissima traduttrice fa i salti mortali per raggiungere ogni suono, facendo “zapping” tra italiano, tedesco, francese, olandese, inglese, ci sono momenti di incomprensione totale, con più o meno ironia e nervosismo, ma la Voigtländer prosegue imperterrita e soprattutto felice! Tutti siamo convinti giorno dopo giorno che faremo anche altro, ma questo “altro” non arriva mai. Lei è contenta di farci solo osservare e descrivere gli uni di fronte agli altri.

La nostra Maestra ci continua a porre domande imbarazzanti: “A che punto siete nella vostra vita?”, “Dove, artisticamente?”. Vuole che andiamo a pranzo insieme, ci invita a prendere caffè, ci “impasta” trasversalmente, mentre noi resistiamo ridicoli, non capendo a che gioco dobbiamo giocare.

Poi il quarto giorno eccoci qui, abbiamo quattro ore per scrivere questo Manifesto al quale lei tiene moltissimo. All’inizio è il caos, tutti vogliono dire tutto e niente, proviamo a darci delle regole, anche se farebbero sorridere i bambini dell’asilo, e cominciamo a mettere sul tavolo le nostre proposte. Magicamente il manifesto nasce. Parla seriamente, è utile e forse anche bello. Ed io mi ritrovo molto colpita. Non tanto dal risultato, ma assolutamente dal processo.

In questi quattro giorni senza rendercene conto abbiamo fatto teatro nel “senso più essenziale” del termine e la nostra dramaturg ci ha mostrato il suo lavoro senza dichiararcelo.

Forse questa è una buona base da cui ripartire. Stare fuori da noi, stare invece intorno all’altro e alle cose. Guardare davvero, come hanno fatto sempre gli attori guardando il pubblico, in tutti gli spettacoli che abbiamo visto al Teatro delle Tese in queste sere di festival. Includere, andare verso ciò che ci attrae ma pure incontro a ciò che non ci piace, anche solo per un momento. Lasciare nascere le cose, non conoscere il prossimo passo, rischiare, ma fare una proposta. Ascoltare con pazienza anche quello che non capiamo immediatamente, rimanere curiosi sempre, vigili, pronti, aperti, disponibili.
Passare quattro giorni insieme a scambiarsi i pensieri senza saperlo, per ritrovarli poi armoniosamente posizionati su un foglio di carta, pieni di urgenza, puntuali, concreti ma non privi di sogno, di desiderio, di gioia. Lasciarsi condurre da una grande professionista tedesca, cha fin dal primo giorno ci dice: “Mi vergogno di quanti soldi possieda oggi il teatro tedesco…!”, che ci guarda con una certa pena e ne ha tutte le ragioni, ma vuole le nostre idee per il nuovo teatro internazionale. Che mi confessa candidamente di usare un cellulare pagato dal servizio pubblico, cioè dal teatro nazionale per il quale lavora da anni. E io sorseggiando lo spritz con il quale abbiamo brindato insieme, penso che è proprio come in Italia.

di Sarah Sammartino

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