Dal workshop di Mark Ravenhill

Vi andrebbe una tazza di zuppa?
Sì. Dico proprio la zuppa. Non è una metafora. Se vi andrebbe, dico. È un’offerta precisa, se vi va la accettate altrimenti niente, resta nella pentola, alla peggio sul tavolo, già servita. Magari potete prendere tempo per capire – cosa ci ho messo se è calda se vi voglio avvelenare – o potete rilanciare, proponendomi chessò una carbonara. O cambiare discorso, che pensare alla zuppa vi ricorda nonna e allora poi ci si intristisce. Ecco, cambiamo discorso.
Siamo a Venezia, orde di turisti come zanzare, solita orgia di spritz e spettacoli e a dire il vero non fa manco troppo caldo, anzi direi il clima ideale per seguire senza sudare troppo la masterclass di Mark Ravenhill che quest’anno declina il tema della seduzione, echeggiando le gesta di Casanova che pare se ne intendesse. Bene.

Eppure io quella zuppa non riesco a togliermela dalla testa. L’immagine è lì, precisa inchiodata al lobo frontale (me la figuro dietro lì, anche se poi chissà dove sta) e non si leva.
Perché la prima riga che si scrive informa di sé tutto il resto. Non ci scappi più poi. Puoi snobbarla, negarla, accettarla, fuggirla, sfidarla ma comunque dovrai farci i conti sempre. Insomma, bisogna essere molto molto consapevoli di come si comincia. Ce lo sta dicendo proprio lui, Mark Ravenhill, seduto con noi in cerchio, lui che ha deciso di cominciare chiedendoci “would you like a bowl of soup?”. In tempi di masterchefs gamberi rossi cuochi da incubo può risultare un tantino abusato addentrarsi in rimandi culinari, ma tant’è. Ormai ci siamo dentro. E ci cuociamo.

Vi andrebbe una tazza di zuppa?
È da lì che si comincia, dunque, da un’offerta. E dalla possibilità che apre ad una serie di reazioni plausibili.
Si scrive tanto e di getto, in questa classe, senza badare troppo alla qualità di ciò che esce, ma alla struttura sì, al lasciarsi andare al gioco di azione e reazione che si libera istintivamente nel forzarsi al gesto seguendo un compito, il più pedissequamente lo si esegue il più sorprendente ( per noi stessi, quantomeno) si rivelerà l’esito.
Ed è una bella lezione per il nostro ego quella di comprendere che sforzarsi di trovare il bel contenuto, la forma elegante, il colpo di genio è poco efficace e molto poco interessante e che invece magari, tra le tante pagine macinate inseguendo un semplice compito, si può scoprire una piccola gemma partorita nostro malgrado; e però lì, scritta da noi, noi inconsapevoli. O quasi.

Si procede così, siamo al terzo giorno, accumulando strumenti che Mark generosamente continua a fornirci e che lui chiama ingredienti – e torniamo in cucina e allora stai a vedere che la storia della zuppa non era casuale – che ad altro non servono se non a stimolare la scrittura a prendere direzioni inattese. A sorprenderci attraverso la semplice scomposizione strutturale di ciò che muove i personaggi, prendendo spunto dalla tecnica Laban, dalle routine in salsa slapstick, dall’analisi di scene tratte da film. Il tutto per scambiar di posto, invertire, modificare il nostro punto di vista sul testo che noi stessi stiamo scrivendo.

Uscire da noi. Essere più consapevoli. Forse anche di quanto la scrittura sia sempre un se-durre / ma a quale sé, e per condurre dove poi, ecco, queste domande uno dovrebbe continuare a farsele.
C’è anche Casanova, certo, pronto a fornirci materiale vivo attraverso quattro paginette agili agili delle sue memorie. Ma anche lui alla fine è un ingrediente o strumento o pretesto. Per infilarsi meglio nelle pieghe di un discorso che ha a che fare con il linguaggio ma che si nutre costantemente di immagini e che cerca – o almeno dovrebbe cercare – di spiazzare noi per primi. Di sedurci e abbandonarci magari anche. E riportarci sempre là, a capire bene l’offerta. Quella iniziale. Cosa metterci dentro, in that soup.

di Riccardo Festa

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