Murgia, gli orchi e il futuro

Per capire e vivere meglio Le Chagrin des Ogres bisognerebbe tornare con la memoria al 2009, quando è stato creato, o meglio ancora al 2005, quando è ambientato.
In quell’anno, che so, nasceva Youtube, veniva approvata la Costituzione Europea, moriva Wojtyla e Ratzinger veniva eletto papa. Scorsese e Eastwood facevano incetta di Oscar con The Aviator e Million Dollar Baby, la Juventus vinceva l’ennesimo campionato ma poi doveva fare i conti con Calciopoli; Berlusconi si dimetteva e poi subito tornava al governo per la terza volta, mentre la Margherita di Rutelli aderiva all’Ulivo. Intanto continuava la guerra in Iraq e Londra era colpita dal primo attentato alla metropolitana, rivendicato da Al Qaida. E Harold Pinter, con nostra grande gioia, vinceva il Nobel.
Che vi pare? Una vita fa, no?
Dove eravate voi nel 2005? Cosa facevate? Ve lo ricordate?
Le chagrin des Ogres è uno spettacolo che arriva da quei tempi: è un lavoro quasi di cronaca, ma che oggi gioca con la memoria. Evoca anni che sono vicini, ma per tanti aspetti ormai lontanissimi. Era un’opera giovanile di Fabrice Murgia, l’opera che lo fece avviare alla scena internazionale: aveva 26 anni quando l’ha scritta e diretta. Oggi è direttore del Teatro Nazionale di Bruxelles, ha acquisito un’altra consapevolezza, una maggiore sapienza scenica e drammaturgica, ma ha fatto bene a non rinnegare – anzi a riproporre – questo lavoro.

A rivederlo oggi, infatti, questo spettacolo offre il fianco a pensieri, a riflessioni non solo sul “come eravamo”, ma sul come siamo.
Le chagrin des Ogres mette in scena una favola nera, cupa, straniata nel racconto (con la voce forse troppo distorta e ossessiva della narratrice) ed ha al centro due adolescenti che potremmo definire “problematici”.
Storie che affondavano nella realtà del tempo, negli scandali e nelle devastazioni – private e pubbliche – di quell’inizio secolo.
La vicenda della bambina rapita e tenuta in prigionia, in una cantina, per dieci anni rimanda smaccatamente a un fatto vero, ossia la criminale azione di Wolfgang Priklopil che rapì Natascha Kampusch e la tenne prigioniera dal ’98 al 2006. Mentre il feroce fanatismo del ragazzo evoca il massacro di Columbine del ’99 oppure quello di Emsdetten del 2006.

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Al centro dell’analisi di Murgia, allora come ora, c’è l’essere umano, con le sue paure, le contraddizioni, le debolezze. C’è la solitudine e la voglia – il bisogno – d’amore.
Guarda a un periodo difficile della vita, come quello dell’adolescenza, ma per parlare a tutti e di tutti: la fragilità che si svela inattesa, proprio quando pensavamo di essere forti; l’incapacità di stare soli; l’amarezza per un tradimento, per una parola sbagliata, per un sogno che si infrange nell’ottusità della realtà, per una battuta greve o per un gesto superficiale…
La scrittura del regista e autore è analitica e lirica al tempo stesso: racconta e evoca, aprendo squarci poetici dentro la fredda crudeltà del quotidiano.

Così lo spettacolo procede per ondate, per alti e bassi. Non tutto torna: Le Chagrin des Ogres risente, soprattutto “stilisticamente”, di quella patina di tempo che ci si è posata sopra come uno strato di leggera polvere.
Però è interessante notare – nella storia di Bastian – quanto e come fosse assente l’elemento “religioso”, fideistico, che di lì a poco avrebbe (e sta) canalizzando quella rabbia implosa, quel senso di disagio, quella violenza che cerca famelici sbocchi da qualche parte.
Ed è eterno, invece, immutabile il tema della relazione generazionale: genitori e figli che non si parlano, che non si capiscono, che si odiano. Assenti, distratti, egoisti: gli adulti, “padri” mangiano i propri figli, proprio come Crono, come Ugolino. E quella generazione sbandata, sfortunata, di adolescenti cade, soffre, si perde.

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Anche qui – forse – qualcosa sta cambiando. Nonostante tutto, nonostante l’eterna gerontofilia (italiana, ma non solo) sembra che le “nuove” generazioni stiano provando a prendere in mano il proprio destino. Complice la natura, che opportunamente sta chiamando a sé quei padri eternamente al potere; o per una rinnovata consapevolezza collettiva, mi pare che i (nostri) figli stiano finalmente creando le condizioni per la sostituibilità dei padri. Non è la farlocca rottamazione renziana, quanto, semmai, un rimboccarsi le maniche, un capire, finalmente, che di responsabilità si tratta. I Padri hanno lasciato macerie, bisogna ricominciare a costruire. Con nuovi metodi, nuovi linguaggi, nuove prospettive. E con un nuovo teatro. A leggere il bel progetto che Fabrice Murgia, trentenne e da poco padre, ha fatto per il teatro nazionale belga sembra che ci stia proprio provando.

di Andrea Porcheddu

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