Archivi categoria: editoriale

Ieri e oggi: il teatro e la peste

Dopo centinaia d’anni di sospetto e censura, il Decameron torna a parlare al presente. Sarà innesco, stimolo, suggestione stasera dell’Opendoors di Angélica Liddell, in residenza alla Biennale Teatro per la creazione del suo nuovo spettacolo.
Contestata per immoralità quasi immediatamente dopo la pubblicazione, discussa nel clima pre- e post-tridentino, subito inserita nel Cinquecento nell’Indice dei libri proibiti, la maggiore opera di Boccaccio riprende il centro dell’attenzione fra Otto e Novecento, diventando riferimento e spunto importante nelle arti, nella cultura e nella letteratura degli ultimi 150 anni.
Sarà per la forma della favola, per il suo afflato allo stesso tempo sovversivo, popolare, ed educativo. Sarà per i protagonisti, una libertina brigata di giovani in fuga che sceglie di rinchiudersi insieme in campagna, sottraendosi all’infuriare del morbo in città. Sarà forse per la cornice – ma è certo molto più che una cornice, come sosteneva il nostro maggiore studioso boccaccesco, Vittore Branca – della peste del 1348, che l’autore sceglie come contesto dell’opera, scritta mentre il flagello si stava abbattendo su Firenze e sulla famiglia dell’autore stesso, e pubblicata proprio a ridosso dell’epidemia.

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Il teatro degli Altri

Bisognerebbe sempre pensarci, al dolore degli altri – come diceva Susan Sontag.
Alla condizione degli altri: anche a teatro.
Pensare, almeno noi critici, sistematicamente e continuamente a quelli là, che stanno in scena: gli attori, le attrici. Tanto più quando sono professionisti (o non professionisti) particolari e unici. Di solito, quando ci troviamo di fronte al teatro cosiddetto “sociale”, partiamo prevenuti. Magari positivamente, ma prevenuti.
È un teatro, infatti, che implica la presenza di individui o gruppi che vivono contesti sociali determinati e determinanti. Il carcere, la malattia mentale, il disagio fisico: persone che incarnano, esprimono la propria condizione, anche attraverso il teatro.
Allora noi, i critici dotti e sapienti, andiamo a quegli spettacoli con l’amorevole compassione preventiva, con l’adesione rivoluzionaria in tasca, con il libretto del perfetto democratico imparato a memoria. E ne usciamo, ovviamente, sconfitti.
Perché il pre-giudizio è sbagliato, sia esso negativo o positivo.

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La musica della Biennale Teatro: si ascolta, si balla e si parla, tra finzione e realtà

Alla Biennale Teatro si ascolta molta musica. E si balla, anche. Dove? In scena, ovvio.

Lo spettacolo di Christiane Jatahy E se elas fossem para Moscou?, liberamente ispirato a Tre sorelle di Cechov, ne ha dato una bellissima dimostrazione. Il palcoscenico sul quale le protagoniste, in abiti contemporanei, festeggiavano il compleanno della più giovane delle tre, Irina, si è trasformato in un dance floor che ha visto precipitarsi in scena gli spettatori, invitati a unirsi alle danze. Boys Don’t Cry dei The Cure, Freedom nella cover di George Michael, e poi la ballata rock di Satellite of Love di Lou Reed: il gruppo di spettatori è diventato il centro della visione, lo spettacolo nello spettacolo per quelli rimasti seduti a guardare. E poi, poco dopo, è stato il trio di attrici a muovere semplici passi di danza sulla melodia vintage di Little Eva e della sua intramontabile The Locomotion.

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Maestri senza maestri?

Nel talk pubblico di ieri, Angélica Liddell, rispondendo a una domanda sui propri maestri, ha dichiarato di non aver trovato riferimenti nel teatro, che l’arte scenica non ha avuto grande influenza su di lei (qui si possono leggere alcune citazioni dall’incontro).

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Teatro e video aspettando Christiane Jatahy

Ci sono tracce di una evoluzione possibile, dai primi esperimenti di video-teatro a oggi.
Il dispositivo dell’immagine riprodotta è entrato radicalmente nella pratica scenica, e si declina ormai come doppia, addirittura multipla narrazione.
Se in principio erano, almeno in Italia, gli esperimenti di Studio Azzurro (e Giorgio Barberio Corsetti) oppure in Svezia, le elaborazioni di videodanza di Birgit Cullberg, oggi le cose – anche per lo sviluppo tecnologico– sono decisamente cambiate.
Ai giganteschi monitor e ai poveri mezzi di quei primi sperimentatori, si sono sostituite microscopiche telecamere e grandi schermi; alle elaborazioni di ripresa fatte tra corpo caldo dell’attore e corpo freddo dell’immagine riprodotta, è subentrata una sapienza compositiva alta, degna spesso della maggiore esperienza cinematografica.

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Angélica Liddell: una “artista total” in residenza alla Biennale

Angélica Liddell, in residenza alla Biennale Teatro 2016, è – come si è trovata spesso a constatare lei stessa – una “artista total”: fin dagli esordi è regista, attrice, autrice dei testi che porta in scena (inizialmente spesso da sola); cura le scene, i costumi e praticamente tutto quello che fa parte degli spettacoli; mentre, fuori dal palcoscenico, scrive fra l’altro saggi e poesia, è impegnata nel video e nella fotografia d’arte (belli e strazianti alcuni suoi auto-ritratti pubblicati online).

Ma si potrebbe dire che la storia teatrale di Liddell sia cominciata dalla parola, dalla parola scritta, anche letteraria e poetica – una tendenza peraltro non così anomala nella Spagna fra anni Novanta e Duemila, tanto che lo studioso Oscar Cornago scrive un libro sul fenomeno intitolato Políticas de la palabra. Secondo Cornago, si assiste alla rinascita di una dimensione politica del teatro nella Spagna di fine Novecento, che emerge dalla scena della ricerca proprio a partire dalla scrittura, dalla dimensione testuale e drammaturgica.

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Il dramaturg fra Italia e Europa

Uno spettro si aggira per l’Italia: è il dramaturg.
Attivo in tutta Europa, da noi a stento si fa vedere.
In principio, si sa, furono Lessing e Goethe, e forse per questo, nel Belpaese dei capocomici, la tradizione di un mestiere complesso e vitale non si è radicata.
In Italia preferiamo scegliere: o il testo “classico”, sacro e inviolabile, oppure il “regista-autore”, che passa allegramente dalla cosiddetta “scrittura scenica” alla sistematica riscrittura alla creazione vera e propria. La mia è una generalizzazione grossolana, me ne rendo conto, ma (temo) non troppo distante dalla realtà.
Il regista, insomma, preferisce spesso fare tutto, e da solo.
Nella grande, eterna (e sterile) battaglia tra teatro mainstream e teatro di ricerca, in Italia i ruoli si sono troppo cristallizzati.

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