Archivi categoria: parole d’artista

Parole d’artista: Mark Ravenhill | talk

«L’esperienza di Brexit mi ha fatto riflettere su diversi motivi per cui il nostro lavoro può essere importante e utile: la capacità di ascoltare, il tentativo di avere empatia – come dice Declan Donnellan –, la possibilità di stare insieme.
In Gran Bretagna abbiamo problemi gravi con queste modalità. Per questo il teatro è necessario e importante»

«Alla prima lettura di un testo cerco prima di tutto il coinvolgimento, il piacere, la gioia, lo stupore. Sicuramente di non trovare qualcosa in cui mi sento a mio agio e che già conosco»

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Parole d’artista: Declan Donnellan | talk

«Io e Nick Ormerod ci consideriamo dei “rifugiati culturali”. La mia famiglia è irlandese e sono cresciuto in Inghilterra, per cui ho sempre avuto problemi d’identità.
Il progetto europeo è molto importante, a volte rischiamo di dimenticare la sua serietà. Anche oggi rimane una possibilità fondamentale, come lo era anche nel 1914 o nel 1939»

«Credo che il teatro sia molto politico, ma non credo che ci debba dire cosa votare. Invece, deve porre domande. L’atto politico del teatro consiste nel parlare a gente che ha punti di vista diversi dal tuo»

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Parole d’artista: Enrico Castellani (Babilonia Teatri) | talk

«È un premio che è arrivato assolutamente inaspettato. È un periodo carico di dubbi e ricevere questo riconoscimento è stato per noi un’iniezione di fiducia, per portare avanti il nostro percorso anche nonostante tutto quello che c’è intorno»

«Abbiamo iniziato lavorando nelle scuole e in carcere. Nessuno di noi ha avuto una formazione accademica. Eravamo noi a proporre il teatro ad altre persone che non facevano parte di questo mondo e così abbiamo dovuto cercare una lingua che consentisse loro di entrarvi in relazione»

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Parole d’artista: Willem Dafoe | talk

«Quando ero giovane mi piaceva andare a teatro. All’inizio è stato un amore amatoriale. Sono sempre stato attirato dai gruppi e quindi, poi, sono capitato in alcune situazioni che mi hanno segnato profondamente. Solo in seguito mi sono reso conto che ero un attore»

«Il teatro si basa principalmente sulla letteratura. Invece a me piace ballare, muovermi nello spazio, i trucchi scenici. Quello che mi ha attirato del teatro più che la letteratura è stato lo spettacolo: piegare il tempo, affrontare la presenza fisica dell’attore»

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Parole d’artista: Christiane Jatahy | talk

«Sia il cinema che il teatro fanno parte del mio percorso. Ma in Julia e in E se elas fossem para Moscou quello che mi interessava era come proiettare la finzione nella realtà. È un approfondimento della possibilità di coinvolgere lo spettatore nella scena. Credo che il punto focale di tutto il mio lavoro sia il pubblico»

«Quello della telecamera è un ruolo molto importante nello spettacolo: ciascuna ha il nome di un personaggio dello spettacolo. Quella di Irina è la telecamera – diciamo – documentaria, che registra tutta la storia. Quella di Maria è quella del direttore della fotografia, tanto che lei si innamora del cameraman; è per lei un modo per guardare al di là, fuori dalla scena, verso il pubblico. Quella di Olga infine è una camera fissa, sul treppiede, che ha piani più aperti, è l’unica che vede tutta la casa per intero.
L’intera costruzione della scena dunque ha una forte impostazione drammaturgica»

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Parole d’artista: Angélica Liddell | talk

«Non mi interessa il moderno. Ho una nostalgia quasi malata per l’antichità. Cerco di restituire al teatro la sua spiritualità, la sua dimensione sacra. D’altra parte il teatro sarà sempre qualcosa di veramente antico, non potrà mai essere moderno»

«La violenza ha a che fare con la spiritualità. Non c’è spirito senza conflitto: la nascita, il sesso, la morte sono violenti. I riti e le rappresentazioni legati a questi conflitti – e così il teatro – sono per forza violenti. Ma è una violenza che fa parte di noi, del conflitto dell’uomo con se stesso»

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Parole d’artista: Eva-Maria Voigtländer | talk

«Quello del dramaturg è un lavoro difficile da descrivere.
È una sorta di “testa d’uovo” del teatro, profondamente legata al teatro tedesco, che è molto finanziato e ha una tradizione di ensemble fissi, di repertorio e di pianificazione delle stagioni. Proprio questo è uno dei compiti principali del dramaturg: il rapporto fra il regista e l’attore, l’individuazione del nostro target, la riflessione su che cambiamento vogliamo proporre alla società contemporanea.
Poi c’è tutta la parte del lavoro concettuale, in relazione alla regia, alla scenografia, ai costumi; si tratta di sviluppare una pièce, cercare di leggere un’opera e interpretarla insieme.
Alla figura del dramaturg, come vedete, appartengono tantissime sfaccettature».

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