Archivi categoria: spettacoli

Murgia, gli orchi e il futuro

Per capire e vivere meglio Le Chagrin des Ogres bisognerebbe tornare con la memoria al 2009, quando è stato creato, o meglio ancora al 2005, quando è ambientato.
In quell’anno, che so, nasceva Youtube, veniva approvata la Costituzione Europea, moriva Wojtyla e Ratzinger veniva eletto papa. Scorsese e Eastwood facevano incetta di Oscar con The Aviator e Million Dollar Baby, la Juventus vinceva l’ennesimo campionato ma poi doveva fare i conti con Calciopoli; Berlusconi si dimetteva e poi subito tornava al governo per la terza volta, mentre la Margherita di Rutelli aderiva all’Ulivo. Intanto continuava la guerra in Iraq e Londra era colpita dal primo attentato alla metropolitana, rivendicato da Al Qaida. E Harold Pinter, con nostra grande gioia, vinceva il Nobel.
Che vi pare? Una vita fa, no?
Dove eravate voi nel 2005? Cosa facevate? Ve lo ricordate?
Le chagrin des Ogres è uno spettacolo che arriva da quei tempi: è un lavoro quasi di cronaca, ma che oggi gioca con la memoria. Evoca anni che sono vicini, ma per tanti aspetti ormai lontanissimi. Continua a leggere Murgia, gli orchi e il futuro

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Un Decameron secondo Angélica Liddell

Una catasta di topi morti. Veri, finti, non si sa, da cui pian piano sale in ogni caso l’odore del trapasso e di cui rimane impresso nell’orizzonte scenico il profilo del cumulo di bestie, il senso di poter essere cadaveri seppur lontani e piccoli. Ecco quello che resta sul pavimento delle Tese dei Soppalchi dopo l’Opendoors di Angélica Liddell, in residenza alla Biennale Teatro per una ricerca verso il suo prossimo lavoro. Sarà Boccaccio, il Decameron, le favole, la fuga, e naturalmente la peste. La peste nera, quella vera e non solo metaforica: quella che materialmente sconvolse l’Europa nel Trecento, traghettando l’Occidente dal Medioevo ai tempi moderni, e quella che invece simbolicamente – lo diceva Camus riferendosi probabilmente alla peste brune – è sempre all’erta anche adesso, bisogna tenere gli occhi ben aperti e le orecchie attente per beccarla – almeno stavolta se si riesce – prima che scoppi il flagello.

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Babilonia teatri: ieri che non torna

Sarebbe bello tornare a ieri. Tornare al minuto prima che accada tutto.
Fermarsi e evitare le conseguenze. Che poi arrivano. E invece andiamo avanti, come se nulla fosse, pensando che tutto sarà normale, uguale, semplice.
Ma c’è quel minuto in cui tutto cambia.
Pinocchio, di Babilonia Teatri, potrebbe essere letto anche come un lungo flashback, un tornare – sempre di nuovo – a quel momento, a quel passato che non è mai passato.
È uno spettacolo che è una trappola, che inizia come un gioco, una sorta di intervista goliardica, che slitta, divaga, diverte: piano piano presenta i tre protagonisti della scena, quei tre uomini risvegliati dal coma.
Le loro storie si intrecciano, gioco nel gioco, con la vicenda del burattino di legno. Apparentemente le cose non tornano: che c’entra Collodi?
Poi però – in un’esplosione tragica – improvvisamente tutto torna, tutto si tiene. È il sapore acre del fiato di Lucignolo, è la prospettiva grottesca del Paese dei Balocchi. È la trasformazione di uomini – o di burattini – in altro, molto altro.

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Jatahy e il racconto della vita che scorre

Piove a Venezia, e il cielo già preannuncia un autunno prossimo a venire.
Ed è forse il clima più adatto per scrivere di E se elas fossem para Moscou?, il capolavoro che Christiane Jatahy ha presentato alla Biennale. Non è esagerato usare quel termine: capolavoro.
Lo spettacolo della regista brasiliana è un punto fermo, importante, non solo per questi anni, ma nella lettura – e dunque nelle possibili “attualizzazioni”, anche se il termine è brutto consentitemelo – di Tre sorelle, e dunque di Cechov.
Quasi come, oramai venti anni fa – era il 1994 –, Louis Malle aveva rinnovato il rapporto tra lo scrittore russo e cinema con Vanja sulla 42esima strada, oggi con Jatahy si tocca una nuova, imprescindibile, tappa di cui non potremo non tenere conto, scenicamente paragonabile al primo Strehler, alle Tre sorelle di Nekrošius, al Gabbiano di Tomi Janežič e a pochi altri lavori…

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Un “Re Lear” diverso a firma di Jan Klata

Cosa si può fare oggi dei classici? Cosa possono ancora dirci, cosa trasmettere dal loro tempo lontano a un presente in sempre più rapida mutazione? Cosa di essi rimane di vivo e potente per l’arte, la scena, il pubblico?
Molti dei maestri internazionali della regia contemporanea hanno provato a rispondere, ciascuno a proprio modo, a simili domande. Non ha fatto eccezione il polacco Jan Klata, alla Biennale con un Re Lear (in prima nazionale) riadattato e riletto in modo inedito.
La strada battuta da Klata sembra sensibilmente diversa dalle strategie correnti, da quelle tattiche registiche che siamo abituati a riconoscere nella riscrittura in chiave contemporanea dei grandi classici del teatro occidentale.

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Jan Klata: rivoluzione e necessità di un nuovo teatro polacco

Quando si pensa al teatro polacco della seconda metà del Novecento o comunque “contemporaneo”, sembra quasi d’obbligo il riferimento a due grandi nomi: Jerzy Grotowski e Tadeusz Kantor. Entrambi punti di riferimento importantissimi per la scena europea, hanno lasciato tracce così forti sul terreno della ricerca teatrale da aver praticamente offuscato memoria o conoscenza di qualsiasi altra esperienza successiva.

Eppure, il teatro contemporaneo polacco attualmente si caratterizza per la presenza, si può dire, di due tendenze che poco sembrano avere a che vedere con i due maestri: la prima riguarda l’interpretazione dei classici, di cui si prova a far emergere strati drammaturgici attualizzabili, capaci di veicolare una visione del presente che sia politica e impegnata; la seconda, invece, include il teatro definito “documentario” o “para-documentario”, che prende spunto da interviste, cronache e report giornalistici, sulla scia del Verbatim Theatre (un alveo della ricerca teatrale che ha origine in Inghilterra negli anni Ottanta, e che si distingue per un metodo di scrittura basato sul trasferimento “parola per parola” di atti processuali o inchieste direttamente svolte da ensemble di attori, i quali alternano poi sul palcoscenico le modalità del dialogo drammatico e quelle della recitazione epica).

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Vita, arte (e parodia) di Bob Wilson

C’è il gusto sapiente della parodia, in questo Bob: un’ironia che demistifica, e rende complici. Anne Bogart, con la SITI Company e con uno straordinario Will Bond in scena, ha presentato alla Biennale il suo omaggio all’arte e alla persona di Bob Wilson, il “genio di Waco”, l’artefice delle tante, mirabolanti creazioni teatrali degli ultimi quaranta anni.
Il lavoro di Bogart è un concentrato di sapienza e di arguta meta-teatralità.

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