Archivi tag: Agrupación Señor Serrano

Interviste dal laboratorio di Agrupación Señor Serrano: Andrea Ciommiento

La parola ai partecipanti dei laboratori inseriti nel progetto La terra tremaIl tema diventa pretesto per raccontarsi, esprimere la propria prospettiva sul lavoro del workshop e sul mondo in cui vivono e lavorano.

Intervista a Andrea Ciommiento, dal laboratorio diretto da Agrupación Señor Serrano che lavora su Il delta del Niger. Continua a leggere Interviste dal laboratorio di Agrupación Señor Serrano: Andrea Ciommiento

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Interviste dal laboratorio di Agrupación Señor Serrano: Emilio Marchese

La parola ai partecipanti dei laboratori inseriti nel progetto La terra tremaIl tema diventa pretesto per raccontarsi, esprimere la propria prospettiva sul lavoro del workshop e sul mondo in cui vivono e lavorano.

Intervista a Emilio Marchese, dal laboratorio diretto da Agrupación Señor Serrano che lavora su Il delta del Niger.

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Leone d’Oro e d’Argento 2015: una video-intervista

In esclusiva per Biennale Teatro, le parole di Christoph Marthaler, insignito del Leone d’Oro alla carriera, e Agrupación Señor Serrano, Leone d’Argento per l’innovazione teatrale.

Video-intervista di Anna Pérez Pagès e Paul Fernandez

La ricerca del rischio, dello sgambetto, della nota stonata

“Dobbiamo provare scientificamente, facendo teatro, che la realtà ha altre possibilità” (Christos Passalis – Blitz Theatre Group)

Che senso ha, oggi, parlare di innovazione e ricerca teatrale? In cosa consiste, concretamente, il processo e quali sono le sue “regole”, i limiti da imporsi, a monte, per aggirare il rischio di perdere per strada l’obiettivo? A conclusione della Biennale Teatro 2014 ci sembra giusto provare a tirare le somme (e mantenere vivo il dibattito) su un tema di fondamentale importanza, soprattutto in un contesto come questo, che punta tutto sulla formazione e sulla formula della “residenza teatrale”.

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L’arte sorridente e preziosa dell’Agrupación Señor Serrano

Si entra in salotto. L’Agrupación Señor Serrano accoglie il pubblico nella sua stanza dei giochi. Divani, un tavolo con sopra quello che a prima vista pare un modellino. Sullo schermo si proietta una partita di calcio, ma basta un’occhiata per capire che è solo il videogioco FIFA 2014. Pau Palacios dà il benvenuto, dice che assisteremo a un lavoro che non è concluso, a uno studio, qualcosa di provvisorio. Schiocco di dita e si parte. Ci si fermerà. Si ripartirà. Si tornerà indietro. Kingdom è il titolo. Max è il protagonista. Max è un omino rosso, un soldatino o un calciatore del subbuteo. L’Agrupaciòn lavora con modellini, piccole figurine che siamo abituati ad associare al gioco dei bambini, con forbici, colla e cartone. Si muovono intorno al tavolo, spostano le pedine negli ambienti che hanno costruito per loro e filmano l’azione. Il video viene proiettato in tempo reale, montato in diretta. Gli attori? Sono un cast numeroso ma poco ingombrante.

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Intervista ad Àlex Serrano e Pau Palacios – Agrupación Señor Serrano

L’universo creativo del collettivo Agrupación Señor Serrano è il risultato dell’unione tra un minuzioso ed accurato lavoro manuale, d’impronta squisitamente artigianale, e arte performativa. Quando Àlex Serrano e Pau Palacios mi accolgono nello spazio a loro destinato, alle Tese dei Soppalchi dell’Arsenale, in effetti più che in una “sala prove” sembra di entrare in un laboratorio. Dove c’è chi modella, chi stampa, chi ritaglia, chi allestisce piccoli plastici di villaggi.
“L’80% del nostro lavoro è questo: costruire”, dicono. E lo dicono quasi scusandosi di non avere effettivamente delle “prove” a cui farmi assistere. Pau è intento a posizionare minuscoli omini in un paesaggio fatto di cartone. Poi si ferma e mi invita nel mondo che sta costruendo davanti ai miei occhi, per raccontarmi la storia di Max. Anzi, le 8 possibili vite di Max: un bimbo nato e cresciuto in una baraccopoli.
Lo racconteranno anche al pubblico, durante l’Open Doors in programma per l’8 agosto, ma senza parole. Faranno come sempre: entreranno in scena e, videocamera alla mano, inizieranno a “giocare”. Perché per loro la performance – e il teatro, in generale – è questo: un gioco. Senza nessun tipo di artificio.

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